Tsuneko Sasamoto: la prima fotoreporter donna del Giappone e testimone del Novecento
Tsuneko Sasamoto è una figura leggendaria nella storia della fotografia giapponese. Considerata la prima fotogiornalista donna del Giappone, ha documentato per oltre settant’anni i profondi cambiamenti sociali, politici e culturali del Paese, lasciando un’eredità fotografica senza precedenti. Le sue immagini in bianco e nero raccontano la storia del Giappone del dopoguerra, l’occupazione americana, le trasformazioni sociali e il riscatto femminile, attraverso lo sguardo tenace e curioso di una donna fuori dal comune.
Chi era Tsuneko Sasamoto
Nata il 1° settembre 1914 a Tokyo, Tsuneko Sasamoto ha iniziato la sua carriera fotografica in un’epoca in cui era impensabile per una donna entrare nel mondo del fotogiornalismo. A 26 anni, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, decise di intraprendere una professione dominata da uomini e cominciò a collaborare con diverse testate giornalistiche, diventando una pioniera assoluta nel panorama della fotografia giapponese.
Le fotografie storiche di Tsuneko Sasamoto

Il suo lavoro è una testimonianza visiva della storia del Giappone del XX secolo. Ha fotografato eventi storici come l’occupazione americana, ritratti iconici del generale Douglas MacArthur e sua moglie Jean nel 1947, oltre a intellettuali, politici e artisti giapponesi. Una delle sue immagini più famose è il ritratto del politico socialista Inejirō Asanuma, scattato nel 1955, poco prima del suo assassinio.
Con il suo stile diretto e sincero, Sasamoto ha raccontato la sofferenza della guerra, la miseria del dopoguerra, la rinascita industriale e l’emancipazione femminile, sempre con uno sguardo lucido e partecipe. Le sue fotografie non erano mai distaccate: ogni scatto era una presa di posizione, una testimonianza, un documento vivo.
Uno stile autentico e umano

Lo stile fotografico di Tsuneko Sasamoto è caratterizzato da un uso naturale del bianco e nero, una composizione pulita e una forte attenzione al volto umano. Le sue immagini raccontano la quotidianità senza retorica, con una delicatezza che non rinuncia alla forza del contenuto. Per lei, la fotografia era uno strumento per mostrare la verità e per dare voce a chi non ce l’aveva.
Tsuneko amava definirsi “sempre curiosa, anche con un po’ di paura”. Ed è proprio questa curiosità instancabile ad averle permesso di documentare con passione e lucidità il suo tempo, superando barriere culturali e di genere.
Hyakusai no Finder e Hana Akari: la fotografia come atto di resilienza

All’età di 97 anni, Tsuneko pubblicò il suo primo libro fotografico, “Hyakusai no Finder” (Il mirino centenario), una raccolta delle sue immagini più significative. A 100 anni realizzò la mostra “Hyakusai Ten”, e a 101, dopo aver rotto la mano sinistra e entrambe le gambe, non smise di fotografare. Durante la riabilitazione, diede vita a un nuovo progetto: “Hana Akari” (Bagliore dei fiori), dedicato agli amici scomparsi, fotografando fiori con una delicatezza poetica.
L’eredità di una vita fotografica

Sasamoto ha continuato a scattare fino agli ultimi anni della sua vita, dimostrando che la passione per la fotografia può davvero attraversare l’intero arco dell’esistenza. È stata protagonista anche di progetti collettivi con altre fotografe giapponesi, come “100 Years 100 Women”, dove ha esplorato il tema della condizione femminile in Giappone attraverso una serie di ritratti di donne straordinarie, come la cantante Noriko Awaya.
Tsuneko Sasamoto e il dialogo con la fotografia giapponese del Novecento
Tsuneko Sasamoto non è soltanto una pioniera in quanto prima fotoreporter donna del Giappone, ma è anche una figura chiave per comprendere lo sviluppo della fotografia documentaria nipponica del XX secolo. Collocarla all’interno del panorama dei fotografi giapponesi significa individuare punti di contatto e differenze con autori che, pur mossi da poetiche differenti, hanno raccontato la trasformazione del Giappone con la stessa intensità.
Uno dei paragoni più immediati è con Ken Domon, considerato il padre del realismo fotografico giapponese. Come Sasamoto, anche Domon scelse di raccontare la realtà senza filtri, abbracciando lo shashin shugi (fotografia realista). Ma mentre Domon si concentrava sulla spiritualità dei templi buddisti, sulle cicatrici lasciate da Hiroshima e sulla vita rurale, Sasamoto si muoveva nel cuore pulsante della società urbana, inseguendo eventi politici, cambiamenti sociali e protagonisti della cultura popolare. Entrambi, però, condividevano lo stesso rigore formale e la volontà di fare della fotografia un documento storico.
A differenza di Domon, però, Sasamoto portava nella fotografia uno sguardo femminile raro per l’epoca, che emergeva non tanto nei soggetti quanto nell’approccio. Le sue immagini non erano mai ciniche o distaccate: anche di fronte alla Storia con la “S” maiuscola, Sasamoto non perdeva mai la sua umanità. In questo senso, il suo stile si avvicina alla sensibilità poetica e visiva di Shomei Tomatsu, fotografo che ha raccontato il dopoguerra con un’attenzione quasi empatica alle vittime e alle contraddizioni del boom economico giapponese. Dove Tomatsu cercava frammenti visivi simbolici — la pelle ustionata dei sopravvissuti di Nagasaki, la Coca-Cola come simbolo dell’occupazione americana — Sasamoto rispondeva con ritratti sinceri, nitidi, di personaggi e momenti, senza metafore, ma con grande impatto emotivo.

Un altro interessante punto di confronto è con Seiichi Furuya, sebbene appartenente a una generazione successiva. Furuya ha concentrato la sua opera su un solo soggetto, la moglie Christine, e ha trasformato la fotografia in uno strumento per affrontare il dolore, la perdita e la memoria. Anche Sasamoto ha vissuto la fotografia come un mezzo per combattere la dimenticanza: nei suoi ultimi progetti, come Hana Akari, fotografare i fiori per omaggiare gli amici scomparsi è diventato un atto di resilienza. In entrambi i casi, la macchina fotografica diventa uno strumento per attraversare il tempo e lasciare una traccia di sé.
Infine, per comprendere l’unicità di Tsuneko Sasamoto è utile osservare il suo percorso rispetto a figure più contemporanee come Miyako Ishiuchi, che ha anch’essa lavorato sul tema della memoria, ma in modo radicalmente diverso. Ishiuchi ha scelto di fotografare gli effetti personali dei sopravvissuti alla bomba atomica o i vestiti della madre deceduta, con un’estetica intima e silenziosa. Sasamoto, invece, ha sempre scelto l’azione, la strada, la cronaca. Ma entrambe hanno in comune il fatto di essere donne in un sistema patriarcale, e di aver trasformato la fotografia in uno spazio libero dove raccontarsi, scegliendo cosa mostrare e cosa tramandare.
Tsuneko Sasamoto si muove dunque tra il reportage di Ken Domon, la lirica visiva di Tomatsu, l’introspezione dolorosa di Furuya e la delicatezza di Ishiuchi, senza mai perdere il proprio centro. La sua fotografia è diretta, ma mai fredda. Documentaria, ma non meccanica. Femminile, ma mai chiusa in una gabbia identitaria.
È proprio questa versatilità e profondità a renderla una figura insostituibile nella storia della fotografia giapponese, capace di parlare non solo al suo Paese, ma a chiunque voglia capire come si possa vivere — e raccontare — un intero secolo attraverso una macchina fotografica.
Tsuneko Sasamoto oggi: un modello di ispirazione
Oltre a essere una pioniera del fotogiornalismo, Tsuneko Sasamoto è oggi un simbolo di perseveranza, libertà e passione. Il suo messaggio è chiaro e attuale: “Non bisogna mai diventare pigri. Bisogna vivere di curiosità”. Una filosofia di vita che può ispirare chiunque, non solo chi impugna una macchina fotografica.
Tsuneko Sasamoto non è solo una delle più grandi fotografe giapponesi di sempre. È una donna che ha trasformato la fotografia in uno strumento di cambiamento e resistenza. La sua storia è un invito a non arrendersi mai, a guardare il mondo con occhi curiosi e a continuare a raccontarlo, anche quando sembra difficile.
Per non parlare della sua longevità, tanto da essere inserita nel sito Gerontology come una delle fotografe più anziane di sempre.
Hai mai conosciuto un fotografo o una fotografa che ti ha ispirato come ha fatto Tsuneko? Raccontacelo nei commenti.

