fotografia formula 1 di james price

Un fotografo racconta la Formula 1 con macchine fotografiche usa e getta

Nel mondo ipertecnologico della fotografia sportiva, fatto di supertele, autofocus predittivi e raffiche impressionanti, c’è chi ha deciso di fare un passo indietro. O forse di lato. Il fotografo di motorsport Jamey Price ha scelto di raccontare la Formula 1, la 24 Ore di Le Mans e alcune delle competizioni più prestigiose al mondo usando macchine fotografiche usa e getta NASCAR da meno di dieci dollari. Una scelta che sembra una provocazione, ma che si è trasformata in un progetto fotografico coerente e sorprendentemente efficace.

L’idea nasce quasi per gioco, come antidoto allo stress di un lavoro estremamente complesso. Price lavora abitualmente a bordo pista con attrezzatura professionale, seguendo eventi dove ogni errore si paga caro e ogni scatto ha un valore preciso. Le fotocamere usa e getta diventano uno spazio mentale libero da impostazioni, obiettivi e scelte tecniche. Scatti senza pensieri, senza controllo, lasciando che sia il momento a guidare la fotografia.

Fotografare la Formula 1 senza controllo tecnico

fotografia di james price a carlos sainz

Le fotocamere NASCAR utilizzate da Price sono completamente automatiche. Esposizione fissa, messa a fuoco approssimativa, otturatore lento e nessuna possibilità di intervento creativo diretto. Secondo il fotografo, la velocità dell’otturatore si aggira intorno a 1/80 di secondo, valore che impone una mano ferma e una grande attenzione alla posizione del corpo.

Questa limitazione tecnica ha avuto un effetto interessante: ha spostato l’attenzione dalla performance dell’attrezzatura allo sguardo del fotografo. Le immagini realizzate durante le gare di Formula 1, gli eventi IMSA, le competizioni Lamborghini e la Monterey Car Week restituiscono un racconto più umano, meno patinato e più vicino alla dimensione emotiva del paddock.

Pellicola economica e libertà creativa

foto del fotografo sportivo james price

Nel corso del progetto Price ha utilizzato tra i 75 e i 100 rullini, sperimentando emulsioni come Cinestill 800, Kodak Gold 200, Fujifilm 400 e Portra 800. Alla fine la scelta è ricaduta soprattutto sulla Fujifilm 400, una pellicola economica che ben si sposa con la qualità ottica modesta delle fotocamere in plastica.

Il risultato sono immagini imperfette, spesso mosse, con colori imprevedibili e una grana evidente. Elementi che diventano parte integrante del linguaggio visivo e che rafforzano l’idea di una fotografia istintiva, lontana dagli standard patinati della fotografia sportiva contemporanea.

Un progetto che cambia le relazioni nel paddock

Uno degli aspetti più interessanti di questo lavoro riguarda le reazioni delle persone fotografate. In Formula 1 il rapporto tra fotografi e team è spesso teso. I meccanici sanno che le immagini possono essere usate per studiare soluzioni tecniche e strategie dei concorrenti.

Quando Price si avvicina con una piccola macchina fotografica di plastica a forma di auto NASCAR, l’atmosfera cambia. Le persone ridono, fanno domande, si rilassano. Anche piloti come Daniel Ricciardo hanno reagito con curiosità e divertimento, riconoscendo il valore simbolico di una fotocamera dedicata a icone come Dale Earnhardt Sr. Questo approccio disarmante ha permesso a Price di avvicinarsi ai soggetti in modo più diretto e autentico.

Racing Unfiltered, il libro

il libro racing unfiltered di james price

Tutto il progetto è confluito nel libro Racing Unfiltered, una raccolta che dimostra come il valore di una fotografia non dipenda dalla tecnologia utilizzata ma dalla visione di chi sta dietro l’obiettivo. Il volume è pubblicato da Trope e rappresenta una riflessione concreta sul rapporto tra fotografia, controllo e libertà creativa.

Racing Unfiltered non è solo un libro di motorsport, ma una dichiarazione di intenti che parla a ogni fotografo, anche fuori dal contesto sportivo. È un invito a semplificare, a togliere invece di aggiungere, a ritrovare il piacere dello scatto come gesto istintivo.

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Una lezione valida per tutta la fotografia

Il lavoro di Jamey Price dimostra che la fotografia resta un linguaggio personale prima ancora che tecnico. In un’epoca dominata da sensori sempre più performanti e flussi di lavoro iperottimizzati, tornare a uno strumento primitivo può rimettere al centro lo sguardo, il tempismo e la capacità di raccontare una storia.

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