Le 7 fotografie più controverse di Diane Arbus: immagini che hanno scioccato il mondo della fotografia
Diane Arbus è una di quelle fotografe che non lascia mai indifferenti. I suoi scatti hanno segnato un’epoca e continuano ancora oggi a dividere pubblico e critica, generando discussioni accese su cosa sia etico mostrare e cosa no. C’è chi la considera una pioniera della fotografia sociale, capace di dare voce agli emarginati, e chi invece la accusa di sfruttare il disagio altrui per scioccare o provocare. La verità, come spesso accade, si trova nel mezzo.
Attiva tra gli anni ’50 e ’70, Diane Arbus ha scelto consapevolmente di puntare l’obiettivo su soggetti considerati “diversi”, lontani dagli stereotipi dell’America patinata: persone affette da disabilità, artisti circensi, individui queer, bambini inquietanti, famiglie dal volto inquieto. Le sue fotografie non sono mai semplici ritratti: sono incontri frontali con l’inconscio collettivo, con ciò che spesso la società cerca di nascondere sotto il tappeto.
In questo articolo vogliamo raccontare le 7 fotografie più controverse di Diane Arbus, quelle che hanno fatto discutere di più, che hanno disturbato, emozionato e spinto a riflettere. Ogni immagine racchiude una storia, un contesto, uno sguardo unico sul mondo. Capire perché hanno generato tanto clamore significa anche comprendere qualcosa in più sul potere della fotografia e sul ruolo che può avere nel raccontare l’invisibile.
Pronto a guardare dritto negli occhi l’inquietudine? Ecco le sette immagini che hanno cambiato per sempre il modo di intendere il ritratto fotografico.
Chi era Diane Arbus e perché è considerata una fotografa controversa
Diane Arbus, nata a New York nel 1923, è oggi ricordata come una delle figure più influenti – e controverse – nella storia della fotografia del Novecento. Proveniente da una famiglia benestante di commercianti di moda, ha iniziato il suo percorso artistico lavorando accanto al marito Allan Arbus come fotografa di moda per riviste come Vogue e Harper’s Bazaar. Ma quella dimensione patinata e superficiale non le bastava.
Negli anni ’50, Diane compie una scelta radicale: lascia il mondo della moda per immergersi nei quartieri meno noti e nelle realtà più marginali della società americana. Armata di una macchina fotografica Rolleiflex medio formato, inizia a ritrarre persone considerate “ai margini”: gemelli, disabili, artisti di strada, individui queer, personaggi grotteschi e inquietanti. Soggetti reali, veri, a volte scomodi. Eppure sempre umani.
Il suo stile si distingue subito per la frontalità disarmante, l’uso della luce naturale e l’assenza di filtri estetici. Diane non cerca di abbellire i suoi soggetti, non li rende “accettabili” agli occhi del pubblico: li mostra per ciò che sono, senza giudizio, ma anche senza sconti. Ed è proprio questo approccio crudo e diretto a generare il dibattito che ancora oggi circonda la sua opera.
C’è chi vede in Arbus una pioniera della fotografia documentaria, capace di dare dignità visiva all’invisibile. Altri invece la accusano di voyeurismo fotografico, di sfruttare le fragilità altrui per scioccare lo spettatore. La linea sottile tra empatia e sfruttamento è uno dei temi centrali nel giudicare il suo lavoro.
Nel 1971, a soli 48 anni, Diane Arbus si toglie la vita. Poco dopo, il Museum of Modern Art di New York le dedica una retrospettiva che la consacra come un’icona della fotografia contemporanea. Da allora, la sua opera è stata riletta e reinterpretata in mille modi, ma non ha mai smesso di dividere.
Se vuoi approfondire, ti consiglio di leggere il nostro approfondimento sulla vita di Diane Arbus
La controversia attorno a Diane Arbus nasce da una domanda che resta ancora oggi attuale: fin dove può spingersi un fotografo nel raccontare la realtà? Mostrare l’anomalia significa comprenderla o semplicemente renderla spettacolo? A queste domande non c’è una risposta univoca. Ma guardare le sue fotografie ci costringe a pensarci.
1. Child with Toy Hand Grenade in Central Park, NYC (1962)
Tra tutte le fotografie di Diane Arbus, questa è probabilmente la più iconica, ma anche una delle più fraintese. Lo scatto mostra un bambino magro, con un’espressione stravolta, gli occhi sbarrati e le mani deformate in una posa innaturale mentre stringe una finta bomba a mano. Il luogo è Central Park, un’ambientazione normalmente associata alla spensieratezza, ma qui tutto sembra inquietante.
La forza di questa immagine sta proprio nel contrasto: un bambino, simbolo di innocenza, che assume tratti grotteschi e quasi minacciosi. È un ritratto che turba perché mette in discussione l’immagine idealizzata dell’infanzia. Non si tratta solo di un gioco infantile: è un’istantanea che sembra esplodere sotto gli occhi dello spettatore, una riflessione visiva sulla violenza latente nella società americana degli anni ’60.
Molti hanno criticato Diane Arbus per aver “manipolato” la posa del bambino. In realtà, si trattava di una serie di scatti, e la fotografa ha scelto di pubblicare proprio quello più disturbante. Una decisione voluta, perché lo scopo di Arbus non era mostrare un bambino felice, ma svelare ciò che la fotografia convenzionale non osa raccontare.
Questa immagine è stata interpretata in chiave psicoanalitica, politica, sociale. Alcuni critici vi hanno letto l’alienazione urbana, altri una premonizione della guerra del Vietnam, altri ancora la tensione interiore di un’epoca in cui l’America stava perdendo la sua innocenza.
Oggi, Child with Toy Hand Grenade resta uno degli scatti più studiati nelle scuole di fotografia, proprio per la sua capacità di generare domande, più che fornire risposte. E in fondo, è proprio questo che rende una fotografia davvero potente.
2. Identical Twins, Roselle, New Jersey (1967)

Due bambine gemelle identiche, vestite nello stesso modo, posano fianco a fianco davanti a un muro anonimo. Stessa altezza, stessi capelli, stesso abito. Eppure qualcosa stona. I loro sguardi, così simili e così diversi allo stesso tempo, creano un effetto ipnotico e straniante. Una delle due sorride appena, l’altra sembra trattenere un disagio indefinito. È in questo sottile scarto che si annida tutta la forza dello scatto.
Identical Twins è una fotografia che ha generato numerose letture simboliche. Per molti rappresenta la dualità dell’identità, la tensione tra ciò che mostriamo e ciò che nascondiamo. Non a caso, Stanley Kubrick dichiarò di essersi ispirato a questo scatto per creare le famose “gemelle del corridoio” nel film Shining. L’inquietudine non nasce dalla messa in scena, ma da qualcosa di profondamente umano e psicologico.
Diane Arbus ha spesso fotografato gemelli, clown, sosia: figure che mettono in crisi l’idea di unicità. In questa immagine, l’apparente simmetria rivela in realtà una dissonanza. E il ritratto, anziché rassicurare, inquieta. È come se la fotografa volesse dirci che dietro ogni volto identico si nasconde un universo emotivo irripetibile.
L’impatto culturale di questa fotografia è stato enorme. Pubblicata per la prima volta nel 1967, è diventata un’icona della fotografia psicologica e simbolica. Ma come sempre accade con Arbus, la domanda resta: sta documentando una realtà o sta giocando con le nostre paure inconsce?
Lo scatto delle gemelle è una delle opere che meglio sintetizza l’approccio di Arbus: mostrare ciò che ci è familiare in una forma che ci costringe a guardarlo con occhi nuovi. Ed è proprio questa capacità a renderla una delle fotografe più influenti – e discusse – di sempre.
3. Jewish Giant at Home with His Parents in the Bronx (1970)

Questa immagine, tra le più celebri e discusse di Diane Arbus, ritrae Eddie Carmel, un uomo affetto da gigantismo, mentre si trova nel soggiorno dei suoi genitori nel Bronx. La scena è semplice, quotidiana: un salotto americano qualunque, una famiglia riunita in casa. Ma la composizione visiva crea un impatto devastante. Eddie svetta come una figura quasi irreale, mentre i genitori – più piccoli, curvi e visibilmente provati – lo guardano con un misto di affetto, rassegnazione e malinconia.
Arbus riesce qui a raccontare molto più di ciò che mostra. La fotografia diventa una riflessione sul peso della diversità all’interno del nucleo familiare, sullo sguardo che si posa sul corpo “anomalo”, e sulla distanza emotiva che può nascere anche nelle relazioni più intime. Eddie, con il suo corpo fuori scala, sembra fuori posto in ogni senso, quasi un estraneo nella propria casa.
La potenza dello scatto risiede nella sua staticità. Non c’è dramma teatrale, non c’è messa in scena: solo la verità nuda di tre vite che convivono in un equilibrio precario. E in questo sta il merito – ma anche la colpa, secondo alcuni – di Diane Arbus. La sua macchina fotografica non risparmia nulla, nemmeno quando il soggetto è esposto nella sua fragilità più profonda.
Molti critici hanno accusato Arbus di “spettacolarizzare la deformità”, ma altri sottolineano come, al contrario, lei dia voce e visibilità a chi normalmente viene nascosto. Eddie Carmel era un uomo consapevole, che si era anche esibito in spettacoli e aveva scelto di mostrarsi pubblicamente. In questo senso, lo scatto può essere letto come un gesto di autodeterminazione visiva.
Jewish Giant at Home non è solo una fotografia sul corpo, ma un racconto sull’amore, sullo spazio domestico e sullo sguardo sociale. Un ritratto che ci costringe a chiederci: cosa vediamo davvero quando guardiamo qualcuno “diverso”?
4. A Young Man in Curlers at Home on West 20th Street, NYC (1966)
Lo scatto ritrae un giovane uomo seduto nel suo appartamento, in vestaglia, con i bigodini tra i capelli. Lo sguardo è diretto, quasi fiero. L’ambiente è semplice, ordinario. Ma a fare notizia – allora come oggi – è l’ambiguità di genere che permea tutta l’immagine. In un’epoca in cui i ruoli maschili e femminili erano rigidamente codificati, questa fotografia era un pugno allo stomaco per la morale borghese americana.
Diane Arbus, con il suo sguardo lucido e mai compiaciuto, riesce a mettere in discussione le convenzioni sull’identità e la mascolinità. Il soggetto non è ridicolizzato né spettacolarizzato: è semplicemente mostrato nel proprio quotidiano. Un gesto rivoluzionario per l’epoca. Oggi potremmo parlare di “ritratto queer”, ma nel 1966 questa era una visione che pochi fotografi avevano il coraggio di proporre.
L’immagine non è provocatoria in senso diretto, ma destabilizzante nella sua normalità. La forza sta nel fatto che non c’è nulla di strano nel soggetto: è lo sguardo dello spettatore, condizionato da stereotipi, a sentirsi in difficoltà. Ed è proprio qui che la fotografia di Arbus agisce in profondità, svelando i meccanismi culturali con cui giudichiamo gli altri.
Con questo scatto, Arbus anticipa tematiche che diventeranno centrali decenni dopo: fluidità di genere, identità sessuale, diritto alla rappresentazione. Non ha bisogno di etichette né di dichiarazioni ideologiche: le basta un’immagine per aprire una breccia nel pensiero comune.
A Young Man in Curlers è una fotografia che parla con delicatezza e forza insieme. Un’immagine che ancora oggi costringe chi guarda a chiedersi cosa davvero consideriamo “normale” e chi ha il diritto di definirlo.
5. A Family on Their Lawn One Sunday in Westchester, NY (1968)

All’apparenza, è una classica scena familiare della middle class americana: un uomo in costume da bagno, sdraiato sull’erba, una donna in bikini che cammina sul prato e un bambino vestito da cowboy. Siamo in una zona residenziale benestante, è domenica, il sole splende. Tutto suggerisce benessere e tranquillità. Ma qualcosa non torna. L’immagine trasmette un senso di distacco, quasi di vuoto emotivo.
Diane Arbus è maestra nel mostrare l’inquietudine dell’ordinario. In questo scatto, le pose dei soggetti sembrano casuali, ma creano una tensione sottile. Il padre appare distante, la madre sembra fuori luogo, il bambino è rigido, quasi simbolico. Nessuno guarda gli altri, ognuno è chiuso nel proprio spazio, come se fossero estranei dentro la stessa scena. È una rappresentazione spiazzante dell’ideale familiare.
Lo stile compositivo è pulito, diretto, quasi neutro. Ma proprio questa neutralità amplifica il senso di straniamento. La fotografia diventa una metafora: dietro l’apparente perfezione della famiglia americana si nasconde spesso un malessere silenzioso. Un tema che Arbus non affronta con moralismo, ma con un’osservazione acuta e spietata.
Questo scatto ha anticipato di anni l’estetica della fotografia contemporanea che indaga il “non detto” del quotidiano – basti pensare all’opera di artisti come Gregory Crewdson o Philip-Lorca diCorcia. In Arbus, però, tutto è reale, non costruito. E proprio per questo ancora più inquietante.
A Family on Their Lawn ci obbliga a guardare con altri occhi ciò che abbiamo sempre considerato “normale”. E ci ricorda che, spesso, è proprio dietro la quotidianità più banale che si nascondono le tensioni più profonde.
6. A Retarded Couple in a Bedroom on a Summer Day (1971)

Il titolo, che oggi suona fortemente problematico, riflette il linguaggio dell’epoca e ci ricorda quanto sia cambiato – e quanto debba ancora cambiare – il modo in cui ci si rapporta alla diversità. La fotografia ritrae una coppia con disabilità intellettiva, seduta sul letto della propria camera da letto in un giorno d’estate. I due soggetti si tengono per mano, si guardano, sembrano immersi in una normalità affettuosa e domestica. Ma è proprio qui che si apre il dibattito.
Arbus fotografa con la consueta frontalità, senza pietismo né abbellimenti. Il contesto è intimo, la luce naturale, l’atmosfera sospesa. Eppure l’immagine mette profondamente a disagio. Alcuni vedono in questo scatto una testimonianza rispettosa e sincera dell’amore tra due persone considerate “invisibili” dalla società. Altri parlano di invasione, di sfruttamento emotivo, di esposizione ingiusta.
La domanda che torna prepotente è sempre la stessa: chi ha il diritto di raccontare la vita altrui? E fino a che punto la fotografia può spingersi nel documentare realtà sensibili senza cadere nel sensazionalismo?
Diane Arbus ha spesso difeso la sua scelta di fotografare soggetti marginali sostenendo che voleva mostrare ciò che tutti vedevano, ma pochi avevano il coraggio di guardare davvero. In questo scatto, più che in altri, la linea tra empatia e crudeltà sembra sottilissima. Forse volutamente.
È importante ricordare che Arbus ha instaurato spesso un rapporto diretto e personale con le persone che ritraeva. Non era una fotografa da “colpo rubato”: passava del tempo con i suoi soggetti, parlava con loro, cercava un contatto autentico. Anche per questo, molti critici difendono questo scatto come uno dei più sinceri e umani della sua carriera.
A Retarded Couple in a Bedroom è un’immagine che non cerca approvazione. È scomoda, difficile da interpretare, e forse proprio per questo necessaria. Perché mette in discussione la nostra stessa posizione di osservatori. E ci costringe a chiederci: stiamo guardando per capire o per giudicare?
7. Hermaphrodite with a Dog in a Carnival Trailer, NJ (1960)

Il titolo stesso – Hermaphrodite with a Dog in a Carnival Trailer – oggi appare obsoleto e scorretto dal punto di vista linguistico, ma nel 1960 rappresentava il lessico comune. L’immagine mostra una persona intersessuale seduta all’interno di un rimorchio da circo, con un cane accanto. Lo sguardo è diretto, lucido, quasi sfidante. L’ambiente è spartano, ma non privo di dettagli: una tenda, un letto, pochi oggetti. È uno spazio privato, eppure carico di tensione simbolica.
Diane Arbus entra in questo spazio senza chiedere il permesso allo spettatore. Non ci guida, non ci spiega. Ci mette semplicemente davanti a una persona reale, che esiste fuori dalle categorie sociali tradizionali, fuori dal binarismo di genere, fuori dallo sguardo comune. E lo fa con una naturalezza che disarma.
In quest’immagine si fondono molti dei temi chiave della fotografia di Arbus: la diversità sessuale, l’identità, il corpo non conforme, la vita negli interstizi della società americana. Ma c’è anche un senso di orgoglio, di presenza, di umanità. Non c’è ironia, non c’è pietà: c’è solo un essere umano, ritratto nel proprio mondo.
Il cane, figura fedele e silenziosa, rafforza il senso di intimità e normalità della scena. È un elemento che spezza la tensione e, allo stesso tempo, la amplifica, perché ci ricorda che tutto ciò che stiamo osservando è reale, quotidiano, domestico. Non è spettacolo, non è bizzarria: è vita.
Questa fotografia è stata letta in molti modi: come una denuncia, come un atto di resistenza, come un documento sociale. Ma più di tutto, è un esempio di come la fotografia possa essere uno strumento di visibilità e autodeterminazione, anche – e soprattutto – per chi è sempre stato escluso dalla narrazione dominante.
Hermaphrodite with a Dog chiude simbolicamente la galleria delle immagini più controverse di Diane Arbus con uno scatto che non cerca la provocazione, ma la comprensione. E forse, è proprio questo che oggi manca in molta fotografia contemporanea: il coraggio di guardare senza filtri e senza etichette.
Conclusione: fotografia o sfruttamento? L’eredità inquieta di Diane Arbus
Guardando queste sette fotografie, è impossibile restare indifferenti. Diane Arbus ha rivoluzionato il modo di intendere il ritratto fotografico, spingendo l’obiettivo là dove molti preferivano distogliere lo sguardo. Ha mostrato il “diverso”, ma anche l’umanità nascosta dietro ciò che viene definito anormale. E l’ha fatto in un’epoca in cui certe immagini erano considerate tabù.
Per alcuni, Arbus è stata una pioniera della fotografia sociale e dell’inclusività visiva. Per altri, una figura ambigua che ha costruito il suo successo fotografando l’altrui disagio. La verità, come sempre, non è né bianca né nera: sta nel mezzo. Ed è proprio questa complessità che rende la sua opera ancora oggi così attuale e necessaria.
In un’epoca dominata dai filtri, dalle immagini patinate e dalla ricerca ossessiva del consenso, tornare a guardare gli scatti di Arbus significa confrontarsi con la parte più vera e scomoda della fotografia. Quella che non cerca l’applauso, ma la coscienza.
Ora voglio chiederti:
Hai mai pensato a quanto possa essere sottile il confine tra documentazione e invasione? Dove finisce l’arte e inizia lo sfruttamento?
Parliamone nei commenti. Hai uno scatto che ti ha turbato profondamente? O pensi che oggi sarebbe impossibile realizzare fotografie come quelle di Arbus senza essere travolti dalle critiche? Condividi il tuo pensiero, perché è da queste riflessioni che nasce una fotografia più consapevole.


