L’eredità fotografica di Billy Name sarà decisa in tribunale: al via il processo
Dopo anni di battaglie legali, una giuria è finalmente chiamata a decidere il destino dell’eredità di Billy Name, celebre fotografo e collaboratore di Andy Warhol. Al centro del caso, che si sta svolgendo nello stato di New York, ci sono i diritti sul vasto archivio fotografico che documenta l’epoca d’oro della Factory e della Pop Art.
La disputa legale, complessa e stratificata, ruota attorno alla validità di due testamenti contrastanti, firmati a distanza di quattro anni l’uno dall’altro.
Billy Name: il fotografo che immortalò la Factory
Nato come William George Linich a Poughkeepsie (New York), Billy Name fu un artista e fotografo intimamente legato alla scena culturale degli anni Sessanta. Visse per sette anni all’interno della Factory, lo studio newyorkese di Andy Warhol, diventando il fotografo ufficiale dell’artista e uno dei testimoni visivi più autentici della Pop Art.
Con la sua fotocamera Pentax, Name ha immortalato Warhol, le sue opere e le icone culturali che gravitavano attorno allo studio: da Lou Reed a Edie Sedgwick. I suoi scatti in bianco e nero sono oggi considerati un patrimonio artistico di rilevanza storica.
Il nodo legale: due testamenti, una sola eredità
Alla sua morte nel 2016, Billy Name aveva 76 anni. Secondo l’obituary del New York Times, aveva nominato il suo agente Dagon James come esecutore testamentario. Tuttavia, poco dopo, la nipote Suzette Linich presentò in tribunale un testamento del 2011 in cui veniva indicata come unica erede. Il documento fu inizialmente accettato.
James, però, contestò la validità del testamento del 2011, presentando un documento più recente, firmato nel 2015, che lo indicava come beneficiario esclusivo dell’intero patrimonio, incluse le fotografie.
La questione centrale: era Billy Name in grado di intendere?
Il processo, che si è aperto questa settimana, dovrà stabilire se Billy Name fosse mentalmente lucido al momento della firma del testamento del 2015. Secondo la famiglia, negli ultimi anni di vita il fotografo soffriva di artrite, diabete, depressione e frequenti ricoveri ospedalieri, e sarebbe stato facilmente manipolabile.
Dagon James respinge le accuse e afferma di aver sempre agito in base alla volontà esplicita dell’artista, con cui collaborava ufficialmente da anni. Il legale che ha redatto il testamento del 2015 ha testimoniato che Name era perfettamente cosciente delle sue scelte e che aveva intenzione di escludere i parenti dalla sua eredità.
Tra abusi passati e archivi scomparsi
Il contesto della causa è ulteriormente complicato da una lunga storia di sfruttamento ai danni di Billy Name da parte di agenti precedenti, accusati di aver trafugato negativi e materiali originali. Secondo il New York Times, una parte consistente del suo archivio anni ’60 è ancora dispersa.
Dagon James, invece, è noto per aver pubblicato un libro con le fotografie di Name, organizzato mostre e promosso il suo lavoro attraverso un sito ufficiale che oggi gestisce licenze per uso editoriale, cinematografico e commerciale.
Nel 2021 un giudice aveva dato ragione a James, ma nel 2023 una Corte d’Appello ha annullato la decisione, stabilendo che solo una giuria potesse determinare se ci sia stata o meno influenza indebita sul fotografo.
Due visioni opposte per l’eredità artistica
Ad oggi, Dagon James continua a gestire i diritti delle opere, ma se la nipote dovesse vincere la causa, ha già dichiarato l’intenzione di creare un museo dedicato a Billy Name a Poughkeepsie, la città natale del fotografo, per onorarne il lascito artistico.
Il processo, attualmente in corso, si concluderà entro la settimana. La decisione della giuria potrebbe riscrivere il futuro di uno degli archivi fotografici più importanti della cultura americana del XX secolo.
