Giallo “Napalm Girl”: Horst Faas ha davvero falsificato l’autore dello scatto? Parla l’archivista
Il documentario Netflix The Stringer ha scosso il mondo del fotogiornalismo, lanciando un’accusa pesante: la celebre foto della “Napalm Girl” non sarebbe di Nick Ut, ma di un freelance locale. Il “cattivo” della storia? Horst Faas, leggendario photo editor dell’Associated Press (AP), accusato di aver scambiato i crediti per dare gloria al suo protetto. Oggi, Michael Ebert, curatore dell’archivio di Faas, rompe il silenzio per difendere la memoria del premio Pulitzer.
L’accusa: un complotto orchestrato a Saigon?
Secondo la tesi di The Stringer, nel giugno 1972, Horst Faas avrebbe ordinato di attribuire la foto della piccola Kim Phuc a Nick Ut, sottraendola al vero autore (un collaboratore esterno). Il motivo? Una mescolanza di pietà per Ut — che aveva appena perso il fratello in guerra — e cinismo aziendale: un’icona di quel calibro doveva appartenere a un fotografo dello staff AP.
La difesa dell’archivista: “Faas era troppo integro per mentire”
Michael Ebert, che gestisce l’eredità di Faas dalla fine degli anni ’90, non ci sta. In un’intervista esclusiva a PetaPixel, ha rivelato che i produttori del documentario avrebbero ignorato le testimonianze contrarie alla loro tesi.
“Ho avuto l’impressione che la mia opinione non si adattasse al concetto narrativo del film,” ha dichiarato Ebert. “Horst era una persona troppo retta e intelligente per un simile inganno. La verità assoluta resterà probabilmente nascosta nella nebbia della guerra, ma chi era presente quel giorno non ha mai dubitato di Nick Ut.”
Errori tecnici e testimoni chiave
Ebert non è l’unico scettico. Anche Fox Butterfield, giornalista del New York Times presente sul luogo dell’attacco a Trang Bang, ha confermato di aver visto Ut scattare. Ebert sottolinea inoltre diversi errori fattuali nel documentario, come l’errata attribuzione del Pulitzer a Malcolm Browne per la foto del “Monaco in fiamme” (vinto in realtà per la saggistica).
Un punto centrale della controversia riguarda Carl Robinson, l’editor che sostiene di aver eseguito l’ordine di Faas. Ebert suggerisce una chiave di lettura diversa: Robinson, che non godeva di ottimi rapporti con Faas, potrebbe aver covato un risentimento decennale per essere stato colui che inizialmente non voleva pubblicare lo scatto, scambiandolo per “semplice nudo”.
Il lascito di un gigante del fotogiornalismo
Horst Faas non è stato solo un editor spietato e competitivo, ma un fotografo straordinario, vincitore di due premi Pulitzer. La sua vita è stata indissolubilmente legata ai conflitti, dal Vietnam al Congo. Ebert lo descrive come un uomo di grande compassione e lealtà verso i suoi collaboratori, un profilo che mal si concilia con l’immagine di “manipolatore” emersa sullo schermo.
Cosa succede ora?
Nonostante la World Press Photo abbia rimosso il credito di Nick Ut in seguito al documentario, la battaglia legale è appena iniziata. Ut ha infatti intentato una causa per diffamazione contro Netflix e la VII Foundation.
Mentre la tecnologia e i nuovi archivi (come i negativi Tri-X ritrovati nel 2018) continuano a fornire piccoli pezzi del puzzle, il mondo della fotografia rimane diviso: complotto mediatico o giustizia tardiva per un autore dimenticato?
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