Nan Goldin a Milano: lo slideshow che ferisce e cura. Droghe, amici trans, memoria e verità al Pirelli HangarBicocca
Arriva a Milano Nan Goldin con la sua retrospettiva più immersiva: This Will Not End Well al Pirelli HangarBicocca. Non è una semplice mostra fotografica, ma un itinerario in forma di slideshow dove immagini e suono costruiscono una biografia collettiva: dipendenze, amori, amicizie trans, famiglia, infanzia, morte e resurrezione emotiva. Goldin lo ha sempre detto con disarmante chiarezza: «Le mie fotografie nascono dalle relazioni, non dall’osservazione». A Milano quella relazione diventa architettura: otto slideshow installati in padiglioni geometrici progettati da Hala Wardé – coni, cilindri, rettangoli in tessuto scuro – collegati da passaggi labirintici e avvolti da un paesaggio sonoro che ti costringe a rallentare lo sguardo.
Il titolo, This Will Not End Well, suona come una minaccia e invece celebra la joie de vivre incrollabile dell’artista. Goldin non addolcisce nulla. Mostra le crepe, la pelle, i tagli, la festa e la caduta. A tenere insieme tutto è la sua ostinazione a raccontare la verità che fa male.
La Ballad e l’energia degli anni prima dell’AIDS

L’ingresso è un colpo allo stomaco: luci rosse, ritmo serrato, The Ballad of Sexual Dependency. Quasi 700 fotografie in continua riscrittura, dagli anni ’70 e ’80 a oggi, tra New York, Provincetown, Londra, Berlino. È un romanzo visivo di amici e amanti, feste e stanze private, corpi che si cercano e si perdono. La Ballad è il diario di una comunità che ha conosciuto la libertà prima dell’AIDS, in equilibrio fragile tra autonomia e dipendenza. Ogni passaggio è tenero e spietato, come la vita quando non filtra i propri eccessi.
The Other Side: l’omaggio alla famiglia scelta

La famiglia queer di Goldin abita The Other Side, tributo agli amici e alle amiche trans con cui ha condiviso case, notti, palchi. Il titolo richiama un locale di Boston degli anni ’70, ma il senso è più ampio: raccontare chi è stato respinto dal mondo e ha trovato un modo per esistere in scena. Goldin parla di devozione. Non si limita a fotografare, si trasferisce da loro, li mette al centro del suo mondo. È uno sguardo che ha contribuito alla visibilità di oggi, quando visibilità non era una parola di moda.
Sister, Saints, Sibyls: il lutto che non passa
C’è un capitolo che fa male in modo diverso. In Sister, Saints, Sibyls l’artista rientra a casa: Washington, 1953, famiglia ebraica, la sorella Barbara ricoverata in psichiatria e morta suicida a 18 anni. Goldin ne aveva undici. La ferita non si richiude e diventa immagine, voce, luce bassa. La mostra la tratta con rispetto, sapendo che da quel trauma passa gran parte della sua necessità di raccontare gli altri e se stessa.
Infanzia, innocenza, smarrimento: Fire Leap
In Fire Leap Goldin sposta lo sguardo sui bambini. Non li idealizza: coglie quella sapienza originaria che poi si perde crescendo. «I bambini nascono sapendo tutto e, man mano che costruiscono i rapporti sociali, dimenticano». È un pensiero semplice e vertiginoso, che rilegge molte sue fotografie come un tentativo di ricordare ciò che gli adulti hanno smesso di vedere.
Dipendenza, oblio e seduzione: Memory Lost e Sirens
Con Memory Lost Goldin affronta la dipendenza da oppioidi e l’astinenza. È narrazione e confessione, ma è anche politica: dal 2017 l’artista è in prima linea con P.A.I.N. (Prescription Addiction Intervention Now), movimento che denuncia le responsabilità dell’industria farmaceutica nella crisi degli analgesici. In Sirens cambia tono: le droghe diventano canto ammaliante, estasi che trascina alla deriva. Il riferimento al mito è esplicito, come esplicito è il rischio. Dentro un cubo luminoso, Donyale Luna – prima supermodel nera, morta per overdose nel 1979 – diventa figura guida e monito.
2024: l’astrazione, l’eclissi, le altre specie
Tra gli slideshow aggiuntivi c’è You Never Did Anything Wrong (2024), il primo lavoro astratto di Goldin. Un’eclissi che si svela lentamente e un mondo liberato dallo sguardo umano, abitato da altre specie. È un pensiero radicale e quasi ecologico sulla coscienza non umana e una meditazione su vita e morte che dialoga con la sua riflessione sulla reincarnazione.
Rinascimento, metamorfosi, amici: Stendhal Syndrome
Sempre del 2024 è Stendhal Syndrome, un tessuto di rimandi tra i capolavori del Rinascimento e i ritratti di amici, amanti, parenti. Goldin assegna ruoli ovidiani alle persone che conosce, portando il mito nel quotidiano, come a dire che le metamorfosi riguardano tutti, tutti i giorni.
Guerra e presente
In conferenza stampa l’artista ha mostrato un filmato su Gaza, definendolo il suo ultimo lavoro. Non è un gesto neutro: invita chi guarda a pensare la guerra senza slogan. «Non sarebbe mai dovuto succedere», dice. Come sempre, Goldin chiede responsabilità allo sguardo.
Allestimento e date
L’allestimento firmato Hala Wardé funziona come un dispositivo di ascolto: padiglioni in tessuto grigio scuro dalle forme coniche, cilindriche e rettangolari, ingressi labirintici, spazio sonoro avvolgente. È un corpo unico dove i capitoli si toccano e si contraddicono, proprio come nella vita. La mostra è visitabile fino al 15 febbraio a Milano, al Pirelli HangarBicocca.
Perché vedere Nan Goldin oggi
Perché non addestra alla posa, ma alla presenza. Perché costringe a chiamare le cose con il loro nome: dipendenza, violenza, desiderio, cura. Perché ricorda che la fotografia non è solo immagine, è relazione. E perché Milano merita di essere attraversata con questo ritmo lento, da chi ama la fotografia documentaria, l’arte contemporanea, la street photography che non si vergogna di essere intima.
Hai già visto la mostra o pensi di andarci? Quale capitolo ti incuriosisce di più: la Ballad, l’omaggio alla comunità trans, la memoria familiare o la doppia faccia delle droghe tra oblio e seduzione?
