Mostra Boris Mikhailov: Ukranian diary al Palazzo delle Esposizioni di Roma
Il Palazzo delle Esposizioni di Roma presenta la più significativa retrospettiva mai dedicata in Italia all’artista ucraino Boris Mikhailov (Kharkiv, 1938), curata da Laurie Hurwitz, in collaborazione con Boris e Vita Mikhailov.
Informazioni utili per la visita
Orari: da martedì a domenica dalle 10.00 alle 20.00. Lunedì chiuso. L’ingresso è consentito fino a un’ora prima della chiusura.
Biglietti: intero € 12,50; ridotto € 10.
Sito web: Palazzo delle Esposizioni
Biografia
Boris Mikhailov (Kharkiv, 1938) è un fotografo autodidatta laureato in ingegneria. La sua carriera ha inizio a metà degli anni Sessanta quando, incaricato dai suoi superiori di realizzare un cortometraggio sulla fabbrica statale in cui lavorava, decide di utilizzare la macchina fotografica anche per scattare foto di nudo alla moglie, sviluppandole nella camera oscura della fabbrica. La scoperta di queste immagini da parte del KGB durante una perquisizione lo porta al licenziamento immediato. Indignato, decide di abbracciare a tempo pieno la fotografia. In un periodo in cui qualsiasi lavoro non conformista rischiava arresti e persecuzioni, Mikhailov crea un corpo parallelo di lavori personali e sperimentali, in contrasto con l’estetica ufficiale dell’URSS.
Mikhailov affronta la costante sorveglianza, la persecuzione e la distruzione delle sue attrezzature fotografiche, guadagnandosi da vivere con lavori part-time e come fotografo nel mercato nero. Fondatore di un collettivo di fotografi sperimentali a Kharkiv negli anni Settanta, diventa il suo leader non ufficiale. Questa influenza del gruppo si riflette ancora oggi nella scena artistica ucraina.
Il lavoro di Mikhailov, spesso paradossale e autoironico, documenta senza compromessi la cruda realtà sociale del suo tempo. Le sue immagini, che oscillano tra il bello e il brutto, l’inquietante e il commovente, il brutale e il tenero, offrono una visione coinvolgente e unica della storia.
Riconosciuto come una figura di spicco nell’arte internazionale, ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Goslar Kaiserring Award nel 2015, il Citibank Private Bank Photography Prize nel 2001 e l’Hasselblad Award nel 2000. Ha rappresentato l’Ucraina alla Biennale di Venezia nel 2007 e nel 2017. Le sue opere sono esposte in importanti musei in tutto il mondo, tra cui la Tate Modern di Londra e il MoMA di New York. Nel 2021, l’installazione “Temptation of Death” ha ricevuto il Premio nazionale Shevchenko, il primo riconoscimento ufficiale del lavoro di Mikhailov in Ucraina. Attualmente, Boris Mikhailov vive e lavora a Berlino insieme a sua moglie Vita.
Le serie in mostra
La scelta di lavorare in serie è spiegata dall’artista stesso attraverso una vecchia parabola su un gruppo di ciechi che cercano di capire cos’è un elefante. Ognuno si focalizza su una parte diversa – la proboscide, la zanna, la coda – fornendo descrizioni specifiche ma completamente diverse. Mikhailov sottolinea che, similmente, una singola immagine non può contenere tutte le informazioni, e la verità emerge dall’assemblaggio di diverse prospettive. La sua pratica artistica esplora angolazioni diverse, creando una vibrazione tra le immagini che amplia le possibilità della verità.
Salt Lake, 1986
Mikhailov racconta la sua esperienza in un luogo nel sud dell’Ucraina, narrato dal padre, dove negli anni ’20 e ’30 la gente faceva il bagno nei laghi credendo nelle proprietà curative dell’acqua calda e salata. Le foto catturano folle accanto a vecchie fabbriche, immerse in fango tra i condotti. Questi scatti, ottenuti in poche ore, rappresentano per l’artista la quintessenza della vita sovietica. Nonostante l’ambiente difficile, la gente appare rilassata e felice, sottolineando il desiderio umano di particolari esperienze anche in contesti apparentemente avversi.
Con il viraggio al seppia, Mikhailov conferisce alle immagini un’atmosfera di epoca passata, creando un amalgama tra vecchio e nuovo. Questo approccio postmodernista riflette sull’esistenza contemporanea, giocando con il concetto di presenza e assenza, oggi e molto tempo fa.
Case History, 1997-1998
Poco dopo il crollo del comunismo, Mikhailov osservò una contraddizione sociale a Kharkiv, dove una nuova élite di milionari coesisteva con un aumento drammatico dei senzatetto e della povertà. Rientrato dopo un periodo in Germania, decise di dedicare un requiem a questi individui emarginati. La serie “Case History” comprende 400 ritratti crudi e toccanti, trasgredendo i codici del fotogiornalismo. Pagava i soggetti e li portava a casa, nutrendoli e offrendo conforto in cambio di pose che talvolta richiamano motivi religiosi come la Pietà o la Deposizione. Questo progetto, oltre a essere un esempio della responsabilità sociale dell’artista, sfida le convenzioni visive, cercando di svelare una realtà ancor più dolorosa attraverso i segni impressi sui corpi dei ritratti.
Green, 1991-1993
Questo trittico monumentale di stampe alla gelatina d’argento, colorate a mano, offre uno sguardo su un mondo che si sgretola tragicamente. Il paesaggio è pervaso da detriti, immerso in una vegetazione che sembra prendere il sopravvento. A destra, una figura cerca invano di mettere in moto un trattore malconcio. L’artista, Boris Mikhailov, descrive il verde di questo lavoro come “il colore della palude… è il muschio sulla vita sovietica passata”. Creato subito dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’opera di Mikhailov si presenta come una metafora del deterioramento della società. Diversamente dai suoi colleghi che cercavano la perfezione tecnica, Mikhailov riteneva che solo fotografie imperfette potessero riflettere la dura realtà che lo circondava: “una fotografia scadente per una realtà scadente”. Le sue stampe, su carta di bassa qualità, sono volutamente a basso contrasto, sfocate e piene di difetti evidenti. Questo approccio intende sovvertire l’immagine idealizzata del realismo sociale, esasperando concetti con macchie e colature su carta sottile e sgualcita, come a voler rendere tangibili le vite logore e impoverite che rappresenta.
At Dusk, 1993
Subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Mikhailov si avventurò per le strade di Kharkiv con una macchina fotografica dotata di obiettivo rotante, capace di coprire un’ampia panoramica di 120 gradi. Tenendola all’altezza della vita, sembrava guidare lo sguardo dell’osservatore verso il basso, avvicinandolo agli indigenti in fila per il cibo o sdraiati per terra. In un’allusione alla transizione dell’Ucraina verso l’indipendenza, Mikhailov dipinse a mano le stampe con un blu cobalto, il colore del crepuscolo. Questo colore ricorrente è anche intimamente legato ai ricordi traumatici dell’infanzia dell’artista. Durante la Seconda guerra mondiale, il padre si era arruolato nell’Armata Rossa, e la madre, ebrea, era fuggita con Boris treenne verso Kirov, a bordo di uno degli ultimi treni in partenza da Kharkiv. L’artista ricorda il blu come “il colore dell’assedio, della fame e della guerra… ricordo chiaramente i bombardamenti, le sirene ululanti e i fasci di luce nel meraviglioso cielo blu scuro. Blu, blu, e poi azzurro…”.
Red, 1965-1978
Situato tra il documentario e l’arte concettuale, “Red” riunisce oltre 70 fotografie scattate a Kharkiv tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Settanta, unite dalla predominanza del colore rosso, simbolo potente della rivoluzione e dell’impero sovietico. L’obiettivo era evidenziare quanto la vita quotidiana fosse permeata dall’ideologia comunista. Le fotografie sono disposte apparentemente senza un ordine specifico, creando un reticolo sconnesso che trascina i visitatori in una visione complessa e frammentata.
“Le parole ‘rosso’ e ‘bellezza’ hanno la stessa radice nella lingua russa. Ma ‘rosso’ significa anche ‘Rivoluzione’, evoca il sangue e la bandiera rossa. Tutti lo associano al comunismo. Solo pochi, però, sanno davvero quanto il rosso abbia permeato le nostre vite. Le manifestazioni e le parate sono una parte fondamentale di questa serie. È lì che veniva creata una delle immagini principali della propaganda: il volto felice della vita sovietica, con una fiducia totale nel futuro. Le manifestazioni divennero estremamente kitsch e volgari, non una festa popolare, ma una sorta di crociata sovietica. A volte mi sentivo circondato da orde di cinici, vittime e stolti, e dietro di loro quelli che sembravano poliziotti, con addosso le fasce rosse. Era come se il regime stesse usando per i propri scopi il desiderio di festa della gente. Era importante, per me, fotografare quelle persone in un modo che permettesse di distinguere il sovietico dall’uomo”.
Berdyansk, Beach, Sunday, 11 am to 1 pm, 1981
“Queste fotografie facevano parte dei miei tentativi di sfidare l’ideale. L’eroe ormai era grasso, obeso. Andava in vacanza. Si era spogliato. Questo spogliarsi dell’eroe ha introdotto nel mio lavoro qualcosa di importante. In quel periodo, a Berdjans’k ho incontrato un uomo, un tipo normale che però in un certo senso sembrava immune alla pressione dell’ideologia, come se su di lui il regime non avesse potere. Era semplicemente com’era, impegnato nelle sue attività quotidiane. Tratti sovietici profondamente radicati si rivelavano all’improvviso: eccolo lì, in piedi in riva al mare con il braccio proteso in avanti… di punto in bianco quella che vediamo è la posa di un leader sovietico”, racconta l’artista. Virando al seppia le stampe, l’artista infonde alle immagini un senso di nostalgia: “Questa foto mi ha ricordato le immagini scattate in America all’epoca della Grande Depressione, cinquant’anni prima. Un’immagine moderna che assomiglia a una di tanto tempo prima sembra chiederci dove siamo adesso. Chiamo questo fenomeno associazione fotostorica parallela”.
Am Not I, 1992
In queste immagini provocatorie, illuminate in modo drammatico, Mikhailov interpreta l’antieroe attraverso autoritratti ironici e caricaturali che deridono lo stereotipo maschile idealizzato dal regime sovietico appena caduto. L’artista espone il proprio corpo nudo, vecchio e vulnerabile, con una parrucca nera riccioluta, mentre tiene in mano un clistere oppure brandisce una spada o un fallo artificiale, evocando ora Buster Keaton, ora il mimo Marcel Marceau. “Imitando le icone della cultura di massa occidentale, come Rambo”, assume pose pseudo-atletiche o contemplative che in alcuni casi richiamano opere di Rodin o Caravaggio. “Il Paese stava cambiando. Se nell’era sovietica sapevamo chi erano gli eroi, ora l’idea stessa di eroe era stata spazzata via. Non rimaneva, quindi, che un antieroe”.
National Hero, 1991
Indossando l’uniforme militare sovietica, ma con i ricami tradizionali ucraini al posto delle mostrine, Mikhailov realizza un autoritratto apparentemente semplice, ma dall’ambiguità disturbante, in cui la bellezza delicata del volto, con i suoi brillanti occhi azzurri e lo sfondo rosa confetto, sfida le immagini classiche della mascolinità. “Nel 1991 la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che viveva un processo di disintegrazione da metà degli anni Ottanta, era ormai compiuta: si era spaccata in quindici repubbliche nazionali indipendenti, che in principio conservavano parte della stessa passività. Ho pensato che un Paese nuovo dovesse avere un nuovo eroe nazionale. Ho realizzato una serie di autoritratti, in uniformi decorate con elementi ornamentali ucraini, come se stessi elaborando nuovi simboli di Stato, ma anche dipingendo la foto come se guardassi indietro al contesto della censura sovietica, prendendo in giro il modo in cui la propaganda sovietica rendeva belle situazioni banali”.
Dance, 1978
Dance cattura spensierati momenti di ballo all’aperto, a Kharkiv. Scene che riflettono l’interesse di Mikhailov per i soggetti ordinari. “Dance non descrive qualcosa di squisitamente sovietico. Queste persone potrebbero provenire da qualsiasi luogo, hanno una sorta di unicità generica, coerente con una visione globale e umanistica della vita”, spiega l’artista. “Diverse immagini mostrano donne che ballano insieme, come se si preparassero inconsciamente alla guerra, a quando gli uomini sarebbero stati mandati di nuovo lontano”.
Foto: Boris Mikhaïlov, Dalla serie “Il sandwich di ieri”, 1966-68. © Boris Mikhailov, VG Bild-Kunst, BonnGermany | © Boris Mikhailov, by SIAE 2023.Courtesy Boris e Vita Mikhailov
