Martina Bacigalupo: la fotografa che mette in discussione il modo in cui guardiamo gli altri
In un tempo in cui tutto viene fotografato, dove l’immagine ha perso il suo peso specifico, c’è chi sceglie di non mostrare. Chi, invece di puntare l’obiettivo su ciò che accade, si interroga su come e perché guardiamo. Martina Bacigalupo è una di queste fotografe. Un’autrice che ha fatto dell’assenza e del silenzio la sua firma visiva, e della fotografia un esercizio di responsabilità.
Nata in Italia, cresciuta tra studi umanistici e fotografia documentaria, Bacigalupo ha vissuto per anni in Africa orientale, lavorando come reporter e autrice indipendente in paesi spesso raccontati solo attraverso i filtri dell’emergenza o del pietismo. Ma il suo sguardo è radicalmente diverso. Non cerca il dolore esposto, non rincorre l’estetica della sofferenza. La sua fotografia, invece, interroga il dispositivo stesso della visione: cosa significa fotografare qualcuno? Chi ha il diritto di rappresentare? E cosa accade quando si decide di cancellare un volto invece di mostrarlo?
Con progetti come Gulu Real Art Studio, Bacigalupo ha messo in crisi l’intera idea di ritratto, portando il lettore/spettatore a confrontarsi con l’assenza, con il vuoto, con ciò che normalmente viene escluso dal quadro. Il suo lavoro non urla, non aggredisce. Ma disturba, e proprio per questo ci riguarda.
Dall’Italia all’Africa: una scelta controcorrente

C’è un momento, nella vita di chi sceglie la fotografia non come mestiere ma come atto di consapevolezza, in cui si decide di andare dove gli altri non guardano. Per Martina Bacigalupo, quel momento arriva poco dopo la fine degli studi. Laurea in Lettere a Genova, formazione fotografica ad Arles, in Francia, presso la celebre scuola dell’École Nationale Supérieure de la Photographie. Ma non è l’Europa il centro del suo mondo: è l’Africa, e in particolare il Burundi, dove sceglie di vivere e lavorare per diversi anni, a Bujumbura, nel cuore dei Grandi Laghi.
Una scelta né romantica né improvvisata. È, piuttosto, un percorso lucido, costruito passo dopo passo, con l’intento di guardare da dentro ciò che troppo spesso è raccontato da fuori. Niente esotismo, niente “avventure africane” in bianco e nero. Bacigalupo vuole immergersi nella vita quotidiana di un contesto che l’Occidente osserva ancora con distanza, quando non con pregiudizio. E lo fa da fotografa, sì, ma anche da cittadina consapevole, con la volontà di smontare le narrazioni consolidate.
Nei primi anni lavora per ONG, riviste, piccole redazioni. Racconta storie, ascolta, fotografa. Ma presto inizia a interrogarsi non solo su ciò che vede, ma sul modo in cui lo vede. Il suo sguardo si allontana sempre più dal reportage classico e si avvicina a una fotografia riflessiva, critica, sottrattiva. Una fotografia che non mostra tutto, ma lascia spazio al dubbio, al fuori campo, all’interpretazione.
In Burundi, ma anche in Uganda, Tanzania, Congo e Ruanda, Bacigalupo entra in contatto con mondi complessi, segnati da ferite storiche e da rappresentazioni spesso tossiche. E intuisce che il vero problema, spesso, non è ciò che viene fotografato, ma il punto di vista da cui lo si fotografa. La distanza culturale, il potere dello sguardo, la responsabilità della narrazione: questi diventano i suoi veri soggetti.
Così nasce un percorso artistico e intellettuale che la porterà a destrutturare l’immagine stessa. A chiedersi non solo cosa raccontare, ma se non sia necessario, a volte, togliersi del tutto dal ruolo di narratore. Un modo di lavorare che segnerà tutte le sue opere future, e che affonda le radici proprio in questa esperienza africana, vissuta non da ospite, ma da parte del tessuto sociale.
Gulu Real Art Studio: l’assenza che parla

Ci sono progetti fotografici che nascono per caso, ma che finiscono per cambiare radicalmente il modo in cui pensiamo alle immagini. Gulu Real Art Studio è uno di questi. È il 2011 quando Martina Bacigalupo entra per la prima volta in un piccolo studio fotografico a Gulu, nel nord dell’Uganda. È lì per una commissione, ma a colpirla non sono i ritratti appesi alle pareti, bensì i ritagli scartati, fotografie dove il volto è stato rimosso, lasciando solo corpi spezzati, abiti, mani, pose congelate.
Scopre così che il fotografo locale, per esigenze burocratiche, realizzava fototessere ritagliando i volti dai ritratti completi dei clienti, spesso donne. Il resto delle immagini finiva in un angolo, scartato, dimenticato. Ma quei frammenti parlano. E raccontano molto più di quanto sembri. Bacigalupo li raccoglie, li osserva, li studia. E da questa riflessione nasce un progetto potente, che mette in discussione l’intera costruzione del ritratto fotografico.
Gulu Real Art Studio è un lavoro senza volto, ma non senza identità. Anzi, è proprio l’assenza del volto — ciò che in genere definisce un ritratto — a trasformarsi in presenza simbolica. Quei corpi anonimi, quei dettagli periferici (una borsa, un vestito a fiori, una mano posata sul grembo) diventano protagonisti di un racconto collettivo e universale. Non sappiamo chi siano quelle donne, ma è proprio nella loro invisibilità che emerge la violenza simbolica della rappresentazione.
Il progetto viene presentato per la prima volta a Les Rencontres d’Arles, poi esposto alla Tate Modern, alla Fondation Cartier, e in numerose istituzioni internazionali. Ma ciò che colpisce non è solo il percorso espositivo: è la radicalità del messaggio. Bacigalupo non scatta nuove immagini. Non interviene. Raccoglie, seleziona, restituisce visibilità allo scarto.
In un mondo ossessionato dall’identità visiva, Gulu Real Art Studio è un gesto di sottrazione. Una riflessione sul potere dell’immagine, sulla sua funzione sociale, sulla rappresentazione delle donne africane e, più in generale, sul diritto di essere visti per ciò che si è, non per come si appare.
È un lavoro scomodo, perché priva il pubblico della gratificazione estetica. Ma è proprio lì che si trova la sua forza: nel costringere chi guarda a interrogarsi, più che a osservare.
Decostruire lo sguardo occidentale

C’è una domanda che attraversa tutto il lavoro di Martina Bacigalupo, una domanda che forse dovrebbe attraversare ogni immagine che scegliamo di fare — o di guardare: da dove stiamo osservando?. È questo il nodo centrale della sua fotografia, che non si limita a rappresentare, ma smonta, interroga, mette in discussione. Non le interessa tanto il soggetto visibile, quanto il punto di vista da cui nasce l’immagine. E soprattutto: chi ha il diritto di raccontare chi?
La sua esperienza africana non si traduce mai in una narrativa esotica, pietistica o estetizzante. Anzi, è un continuo tentativo di scardinare lo sguardo occidentale, quel modo codificato, spesso involontariamente coloniale, con cui l’Occidente ha storicamente rappresentato “l’altro”. L’Africa, nel suo lavoro, non è mai uno sfondo, un’emergenza, un insieme indistinto. È un luogo reale, con persone reali, storie complesse e identità in movimento.
Attraverso i suoi progetti, Bacigalupo decostruisce l’immagine non solo come forma, ma come struttura di potere. Fotografia, per lei, non è mai neutra: è uno strumento che può costruire o distruggere narrazioni, che può includere o escludere. È per questo che, a volte, sceglie di non scattare. Di raccogliere immagini già esistenti, come in Gulu Real Art Studio. O di lavorare su oggetti trovati, archivi, frammenti, silenzi.
Questa attenzione al potere dell’immagine la avvicina più a un lavoro post-documentario, in cui il centro non è ciò che accade, ma come lo raccontiamo. Ed è proprio lì, in quella riflessione sul linguaggio visivo, che la sua opera acquista spessore. Perché ci obbliga a rivedere le nostre certezze, a chiederci se quello che consideriamo “vero” non sia, in realtà, una costruzione culturale.
Martina Bacigalupo non vuole fare denuncia. Non cerca lo scandalo né la lacrima facile. Lavora sul limite della rappresentazione, sul vuoto tra l’immagine e la realtà, su ciò che sfugge, su ciò che resta fuori dall’inquadratura. In questo senso, la sua fotografia non offre risposte, ma apre domande scomode.
E forse è proprio questo, oggi, il compito più urgente di chi fotografa: non spiegare il mondo, ma metterlo in discussione. E accompagnare chi guarda in un percorso di consapevolezza, non di consumo visivo.
Bacigalupo e gli altri: un confronto necessario
Martina Bacigalupo si muove in un territorio fotografico che raramente accetta definizioni nette. Non è una fotoreporter nel senso tradizionale del termine, ma nemmeno una fotografa concettuale pura. Il suo lavoro si colloca in bilico tra documentazione e riflessione, tra linguaggio visivo e critica culturale. Per questo, il confronto con altri autori è utile non per incasellarla, ma per delinearne con più precisione l’identità.
Il primo nome che viene alla mente è quello di Sebastião Salgado, forse il fotografo umanitario più conosciuto al mondo. Entrambi lavorano con e attorno alla dignità umana, spesso in contesti africani. Ma dove Salgado cerca la maestosità del gesto e l’epica della sofferenza, Bacigalupo sottrae, riduce, fa parlare i vuoti. Salgado seduce con la bellezza tragica del mondo, Bacigalupo disarma con l’ambiguità.
Un’altra figura con cui dialoga idealmente è Zanele Muholi, fotografa e attivista sudafricana. Se Muholi usa l’autoritratto per ridefinire l’identità queer nera, Bacigalupo lavora spesso sull’identità altrui come costruzione sociale. Entrambe, però, condividono una pratica che è insieme politica ed estetica, radicata nel bisogno di riappropriarsi della narrazione visiva, di sfuggire agli stereotipi dominanti.
Il confronto si può estendere anche ad artisti come Alfredo Jaar, che ha fatto dell’assenza e del silenzio una cifra stilistica per raccontare i genocidi e le crisi dimenticate. Come Jaar, Bacigalupo si interroga sul ruolo dell’immagine quando la tragedia è già stata consumata, quando ogni rappresentazione rischia di diventare pornografia del dolore.
Tra le italiane, è impossibile non pensare a Letizia Battaglia, per il ruolo centrale della donna fotografa in contesti maschili, difficili, politicizzati. Ma se Battaglia lavora sulla denuncia frontale e sullo svelamento del potere mafioso, Bacigalupo sposta il discorso verso una critica simbolica più sottile, meno immediata, ma forse ancora più destabilizzante.
C’è infine un’altra componente, spesso trascurata: lo sguardo femminile. Non nel senso biologico, ma come sensibilità, come consapevolezza della posizione da cui si fotografa. Bacigalupo, come molte altre autrici contemporanee, lavora su un territorio in cui la fotografia è anche un atto di ascolto, un modo per ripensare le dinamiche del potere che si nascondono dietro ogni inquadratura.
Ecco perché il suo lavoro non si può spiegare con i numeri delle esposizioni o con i nomi delle riviste su cui è apparsa. La sua forza sta altrove: nella coerenza con cui ha rifiutato i meccanismi tradizionali della rappresentazione, e nella pazienza con cui costruisce un archivio di immagini che non urlano, ma insegnano a guardare.
