Lee Friedlander: l’uomo dentro le sue fotografie
“All’inizio, la mia presenza nelle fotografie era affascinante e inquietante allo stesso tempo. Ma più passava il tempo e più mi sentivo parte integrante di decine di idee nascoste dietro quell’immagine, e così riuscivo a prendermi in giro con leggerezza”.
È con questa frase, tanto semplice quanto profonda, che Lee Friedlander riesce a sintetizzare uno dei tratti più intimi e radicali della sua fotografia: l’autoritratto come spazio mentale, non come semplice riproduzione di sé.
Friedlander non è mai stato un fotografo ordinario. Per molti è uno dei maestri indiscussi della street photography americana, ma ridurre la sua carriera a un’etichetta sarebbe un torto. In lui convivono molte anime: il testimone urbano, il cronista musicale, il fotografo di nudo, l’irriverente osservatore dell’America postmoderna. E poi, naturalmente, l’autore invisibile che si nasconde dentro le sue stesse immagini.
Lee Friedlander, Una storia che comincia con un cane e una cartolina
Tutto ha inizio ad Aberdeen, la cittadina dove Friedlander nasce nel 1934. A soli 14 anni riceve il suo primo incarico: fotografare il cane di Peggy Plus per realizzare un biglietto d’auguri natalizio personalizzato. Un lavoro semplice, ma carico di senso. Dietro quell’immagine c’era già il seme della sua poetica: la fotografia come gesto quotidiano, come presenza silenziosa nel mondo.
È da lì che Lee Friedlander inizia a pensare alla fotografia come professione, trasformando la curiosità in vocazione.
Jazz, copertine e la cultura nera americana
Negli anni ’50, dopo essersi trasferito a New York, Lee entra nel mondo della musica. Con un amore profondo per il jazz, comincia a frequentare i club blues di Washington, immortalando artisti destinati a diventare leggende: Ray Charles, Aretha Franklin, John Coltrane, Charles Mingus. Le sue fotografie finiscono sulle copertine dei dischi Atlantic Records, contribuendo a definire l’immaginario visivo di un’epoca.
In quello stesso periodo, esplora anche il nudo artistico, collaborando con riviste come Sport Illustrated e McCall’s. È un campo che affronterà con serietà e rigore, diventando uno dei punti di riferimento anche nella fotografia glamour. E quando nel 1985 fotografa Madonna nuda per Playboy, quella fotografia finirà all’asta nel 2009 da Christie’s per oltre 37.000 dollari.
L’America di vetro e metallo: il cuore urbano della sua fotografia

Ma è nel caos ordinato delle strade di New York che Friedlander trova la sua vera casa artistica. Spinto dall’amico e collega Garry Winogrand, comincia a documentare tutto ciò che lo circonda: televisori, vetrine, segnali stradali, auto parcheggiate, riflessi, architetture senza persone e persone perse tra le architetture.
Con progetti come “The Little Screens”, dove riprende stanze d’hotel vuote con un televisore acceso, Lee Friedlander racconta l’alienazione dell’individuo nella società del consumo e della comunicazione. C’è qualcosa di profetico in quelle immagini. Gli schermi erano ovunque, e dentro c’erano volti che parlavano da soli. La stessa sensazione che proviamo oggi, a distanza di 60 anni, scorrendo un feed social.
“È un mezzo generoso, la fotografia. Ti dà tutto: le foglie e l’albero, e anche il vialetto, il cane che fa pipì e la biancheria stesa.”
Autoritratti: il fotografo che sparisce per raccontarsi meglio

Friedlander è stato anche uno dei primi grandi autori di autoritratti, ma non nel senso che oggi si attribuisce al selfie. I suoi erano esperimenti di scomparsa, in cui la sua figura si rifletteva in una vetrina, appariva sfuocata nello specchio retrovisore di un’auto, oppure si perdeva nell’ombra di una stanza.
Lui non era mai davvero il soggetto. Era piuttosto un elemento della scena, parte di un’idea più grande. Lui stesso diventava oggetto di studio, non protagonista.
In un mondo che tende a metterci sempre al centro dell’immagine, Friedlander ha cercato l’opposto: essere presente senza invadere, esserci senza dominare.
Le sue opere sono state esposte al MoMA di New York.
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