Jacopo Di Cera: MiRo. Milano – Roma
Dopo Alla fine del mare e Italian Summer Jacopo Di Cera esce con un nuovo lavoro MiRo. Milano – Roma. Il viaggio rimane sempre al centro del suo focus, concentrandosi però su una particolare lettura dell’argomento, il pendolarismo, in questo caso il pendolarismo da Milano a Roma e ritorno. Per diversi anni il fotografo milanese ha preso lo stesso treno, si è seduto allo stesso posto e ha immortalato lo stesso paesaggio che veniva cadenzato unicamente dalle stagioni.
La mostra MiRo. Milano – Roma sarà esposta al MIA Photo Fair a Milano dal 7 al 10 ottobre, a Paratissima a Torino dal 20 ottobre al 21 novembre e a Roma Arte in Nuvola a Roma dal 17 al 21 novembre.
I tuoi lavori, anche quelli passati, si concentrano spesso sul tema del viaggio. Cosa simboleggia per te questo argomento?
Viaggiare è la metafora della trasformazione, del cambiamento, del mutamento. Viaggiare è sempre stato nutrimento per me. Viaggio da quando sono piccolo e trovo nell’esplorazione di nuovi ambienti, nuove strutture sociali, nuovi schemi, uno stimolo enorme e costante. Il viaggio inteso però non come forma di “fuga”, come necessità di esibire un passaporto alla frontiera ma viaggio come “scoperta”. E questo non significa necessariamente volare altrove: Ugo Mulas diceva, nel suo famoso La fotografia, che per trovare ispirazione non è necessario un viaggio in terre esotiche ma basta bussare al vicino di casa, e sicuramente ci sarà un valido progetto su cui lavorare.
Da dove nasce MiRo. Milano – Roma?

Ho sempre amato viaggiare. Per guardare, ammirare, a volte sognare. Mi affascinano i cambiamenti, soprattutto se hanno un aspetto seriale e sistematico come avviene con il treno. Quando mi fanno notare che per andare a Milano, “in aereo ci metti di meno” penso che il viaggio non debba essere valutato nel suo tempo di percorrenza ma nell’esperienza che ti può regalare. MiRo nasce circa 10 anni fa, con l’intento di raccontare questa esperienza: nasce quando la mia vita professionale ha spostato il baricentro verso Milano mentre quella personale è rimasta a Roma. In questo percorso costante, di sali e scendi, di effetto ping-pong mi sono ritrovato diverse ora su una carrozza e osservavo e mi vivevo “l’esperienza”. Era affasciante come il “fuori” fosse in costante mutamento, luci, stagioni, colori, il sole, la pioggia, la natura che si evolveva costantemente. Ogni viaggio, un film diverso, immagini che si sovrappongono, nuovi scorci, nuovi angoli, nuove immagini. Un’Italia che cambia e che ti regala una bellezza costante ed infinita. Poi ho iniziato a guardarmi attorno e mi sono accorto come il pendolare – quelli che come me percorrono sempre la stessa tratta – indipendentemente dalla lunghezza, perde questa consapevolezza. Il treno diventa un “non-luogo”, senza più fascino e aspirazione, si perde l’esperienza, diversamente da chi lo prende per la prima volta che trova nel viaggio il vero senso, l’emozione primordiale della scoperta. Ma non è così, l’esperienza è lì, che ti aspetta, fuori dal finestrino, lontano da qualsiasi schermo digitale, pronto ad essere vissuta
Nel produrre le immagini del lavoro hai usato una certa scientificità e rigorosità di metodo. Cosa ha aggiunto al tuo progetto?

Amo la serialità, da sempre, affascinato fin da piccolo dalle serigrafie della Pop Art, mi son sempre approcciato all’immagine come una serie di elementi in costante mutamento ma con alcuni punti di riferimento costanti. Da qui l’idea di impostare il lavoro nel corso del tempo con elementi fissi: stesso sedile, stessa carrozza, stesso finestrino. Con questa scelta stilistica ho voluto rappresentare il pendolare, nella sua costante presenza ogni giorno, sullo stesso treno, allo stesso orario, lungo lo stesso percorso.
Quando si parla dei tuoi progetto si parla di “fotomaterismo”. In cosa consiste e come è nato questo tuo stile?

Amo la materia. Amo studiarla, capirne le possibilità infinite, amo usare le mani e per questo ho trovato nel “fotomaterismo” un approccio artistico, un movimento che ha la finalità di trasformare la fotografia da immagine a opera d’arte unica. Considerando la fotografia come forma di linguaggio ed espressione con una precisa sintassi e struttura narrativa, il processo fotomaterico aggiunge un corpo materiale all’anima fotografica. La materia si fonde ad un progetto fotografico definito e la eleva imprimendogli un significato ed un valore più forte e soprattutto unico, spostando il focus dell’immagine legata alla sua tiratura ad un’immagine come opera unica. Ho iniziato a lavorare attraverso il “fotomaterismo” 6 anni fa con il progetto Fino alla fine del mare dove le immagini degli scafi dei barconi dei migranti abbandonati sull’isola di Lampedusa sono stati stampati sui legni delle barche stesse e poi resinati a mano uno ad uno da me. Legno e resina che aiutano a contestualizzare l’opera a darle un’anima unica. Nel progetto Il rumore dell’assenza, progetto dedicato alla terribile tragedia del terremoto di Amatrice, la stampa del progetto è stata fatta direttamente su una carta finissima, stropicciata a mano e poi riposta in cornice per enfatizzare il tema della fragilità. In MiRo abbiamo scelto di celebrare l’immagine e quindi il senso del viaggio attraverso una stampa diretta su vetro di un finestrino del treno. Attraverso la materia, quindi, trasformiamo l’immagine in una vera e propria finestra sul mondo. Questo percorso fotomaterico mi ha permesso quindi di avvicinarmi a diversi artigiani legati alle diverse arti: questo aspetto mi ha arricchito, fatto conoscere mondi nuovi, arti antiche. Un viaggio nel viaggio.
Nei tuoi lavori si riscontrano le influenze di molti fotografi, come Fontana o anche Vitali per le sue panoramiche dall’alto. Chi effettivamente è stato per te un modello da cui attingere?

La ricerca fotografica è iniziata molti anni fa, circa 20, attraverso le scuole e i diversi istituti di fotografia che ho frequentato a Roma, a cui ho aggiunto momenti di formazione legati ad incontri ed esperienze mirate che mi hanno permesso di frequentare grandi maestri come Oliviero Toscani, Christopher Morris, Uve Ommer, Settimio Benedusi, Fabian Cevallos, Franco Fontana. Tutti professionisti e maestri che con i loro metodi formativi, a volte estremamente diversi l’uno dall’altro, e soprattutto con la loro storia, il loro carisma e la forte personalità hanno influito fortemente nel mio percorso. Non ho veri e propri punti di riferimento ma sicuramente infinte fonti di ispirazione. D’altronde l’arte è questo, vedere, emozionarsi, interiorizzare, rielaborare per poi esprimersi attraverso il proprio filtro, la propria anima artistica.
Stai lavorando a qualcosa di nuovo?

Siamo in viaggio e quindi sempre in movimento. Si, stiamo lavorando ad un altro progetto ancora una volta con il drone, strumento che mi sta dando molti stimoli creativi. Questa volta il progetto è legato alla territorialità ed in particolare all’agricoltura in Italia. Voglio raccontare questo aspetto importante della nostra storia e del nostro tessuto economico, da un punto di vista diverso, voglio celebrarlo, rendergli merito e renderlo “arte”. È molto ambizioso e stimolante. Lo strumento areo mi sta aiutando a vedere ciò che da terra non si vede. Posso dire che questi ultimi progetti, questi ultimi viaggi, mi stanno regalando qualcosa di unico e di magico, ovvero un grande, rinato ed infinito amore per il nostro paese, l’Italia, la cui bellezza inizia non nelle mete più conosciute e battute, ma in un campo di grano dorato lontano dalla strada ed immerso nel silenzio di colline morbidi e verdi.
Jacopo Di Cera è nato a Milano nel 1981, ha lavorato per anni come responsabile marketing nelle principali aziende multinazionali. Ha studiato con grandi fotografi internazionali con i quali ha avuto modo di sperimentare e di confrontarsi. Ha esposto i suoi lavori a Roma al Museo di Roma in Trastevere e a Palazzo Valentini con un importante progetto su Gerusalemme. Nel 2010 vince il prestigioso quarto posto al concorso del National Geographic. Ha partecipato ad esposizioni e fiere italiane e internazionali (MIA – Milano; Palazzo Velli Expò – Roma; Les rencontres de la photographie – Arles; Festival Con_vivere – Carrara; PAN – Napoli; Paratissima – Torino; Fotofever (Paris Photo) – Parigi; Biennale Arte – Venezia). Le sue fotografie sono presenti in alcune gallerie in Italia e all’estero
Altri progetti di Jacopo di Cera:
