Hoda Afshar: Speak The Wind e il potere invisibile della fotografia
La fotografia contemporanea si muove spesso ai confini del reale, tra documentazione e finzione, tra estetica e attivismo. Il lavoro di Hoda Afshar, fotografa iraniana naturalizzata australiana, è uno degli esempi più significativi di come l’immagine possa farsi dispositivo critico per raccontare ciò che la storia ufficiale ha preferito tacere. Con il suo libro fotografico “Speak The Wind”, Afshar mette in scena non solo un paesaggio fisico, ma anche un paesaggio mentale, culturale, psichico.
Non si tratta solo di scatti: ogni immagine è una soglia, un varco tra visibile e invisibile.
Chi è Hoda Afshar: biografia e visione artistica

Classe 1983, nata a Teheran, Hoda Afshar inizia la sua carriera come fotoreporter in Iran, dove si laurea in Belle Arti presso l’Azad University. La sua carriera prende una svolta nel 2007, con il trasferimento in Australia, dove ottiene un dottorato in Arti Creative alla Curtin University con una ricerca sull’identità femminile islamica nella rappresentazione visiva.
Da Melbourne, dove attualmente insegna fotografia presso il Victorian College of the Arts, Afshar ha consolidato una carriera internazionale. I suoi lavori sono stati premiati da istituzioni come la National Portrait Gallery di Canberra (con il National Photographic Portrait Prize) e la Monash Gallery of Art. Le sue opere fanno parte di collezioni prestigiose, tra cui la National Gallery of Victoria e l’UQ Art Museum.
Ma più dei premi, a distinguere la sua ricerca è l’approccio profondo, riflessivo e politicamente consapevole, che porta ogni progetto oltre i confini del reportage.
Un’estetica documentaria che mette in scena il reale

La fotografia di Hoda Afshar è un linguaggio che rifiuta le definizioni rigide. Anche quando usa gli strumenti del documentario visivo, le sue immagini sono spesso costruite, dirette, frutto di una collaborazione attiva con i soggetti. In questo senso, il suo lavoro si avvicina più alla performance che al fotogiornalismo.
Lontana dall’illusione dell’obiettività, Afshar utilizza la macchina fotografica come una lente che interroga più che spiegare. L’influenza della letteratura, della filosofia postcoloniale, della poesia e del cinema è evidente nella narrazione visiva stratificata delle sue opere.
Come ha dichiarato in un’intervista:
“Non credo in una cosa come un ritratto o un’immagine senza una storia… La fotografia può materializzare realtà nascoste.”
Speak The Wind: il libro fotografico come rituale visivo

Dal 2015 al 2021, Afshar ha lavorato su uno dei progetti più intensi e simbolici della sua carriera: “Speak The Wind”. Il libro è il risultato di una lunga esplorazione delle isole nello Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico, una zona poco conosciuta ma carica di memoria collettiva.
Queste isole, paesaggi lunari segnati dalla sabbia ocra e da vallate rocciose, sono abitate da comunità le cui origini affondano nella tratta degli schiavi africani – una storia rimossa, raramente affrontata apertamente in Iran. Ancora oggi, si stima che oltre il 10% della popolazione dell’Iran meridionale abbia origini africane. Ma questo passato è avvolto dal silenzio.
Afshar non lo documenta direttamente, ma ne evoca i fantasmi, usando metafore visive e simbolismi poetici. Il titolo stesso, “Speak The Wind”, fa riferimento alla credenza locale secondo cui i venti che soffiano dallo stretto portano malattie e disgrazie, spiriti che possono essere placati solo attraverso riti sciamanici, poesia e canto.
Hoda Afshar e i fotografi della nuova fotografia documentaria: un dialogo con il presente

Hoda Afshar si muove in una linea di confine sempre più fluida tra fotografia documentaria e fotografia concettuale, un territorio che negli ultimi anni ha visto emergere autori capaci di rimettere in discussione i linguaggi tradizionali dell’immagine. Il suo lavoro, pur radicato nella realtà sociopolitica del Medio Oriente, dialoga apertamente con pratiche visive che vanno oltre i confini geografici e culturali, fino a toccare alcuni dei temi centrali della fotografia contemporanea: l’identità, la memoria, la performance, il trauma collettivo.
In questo senso, è inevitabile pensare a Zanele Muholi, artista sudafricana il cui lavoro si concentra sull’identità queer e black. Come Afshar, Muholi imposta il proprio ritratto come gesto politico e performativo, in cui il soggetto non è mai passivo ma parte attiva di un discorso più ampio sulla rappresentazione. Entrambe costruiscono immagini che hanno il potere di interrompere la visione lineare del documento fotografico, proponendo narrazioni più complesse e stratificate.

Un altro nome che affiora è quello di LaToya Ruby Frazier, americana, il cui progetto The Notion of Family racconta in modo potente e intimo le disuguaglianze sociali in Pennsylvania. Anche qui, come in Speak The Wind, il paesaggio non è mai semplice sfondo ma corpo attivo che porta i segni della storia e del dolore. Le geografie aride delle isole nel Golfo Persico e le periferie industriali americane condividono una stessa estetica del trauma: spazi in apparenza immobili ma carichi di tensione, luoghi dove la fotografia tenta di tradurre ciò che resta invisibile.
Nel contesto mediorientale, è interessante accostare Hoda Afshar a Shirin Neshat, artista iraniana il cui lavoro oscilla tra fotografia e videoarte. Entrambe affrontano il tema dell’identità femminile islamica, utilizzando il corpo come dispositivo simbolico. Neshat scrive versi di poesia persiana sul corpo delle donne, Afshar invece usa il ritratto come maschera e messa in scena, ma in entrambi i casi il messaggio è chiaro: l’immagine è un campo di battaglia.
C’è poi un dialogo sottile con la fotografia di Alec Soth, soprattutto per il modo in cui Afshar costruisce relazioni intime e sospese con i suoi soggetti. Le immagini di Speak The Wind hanno la stessa quiete emotiva e la stessa struttura aperta, in cui ogni fotografia è un frammento narrativo che lascia spazio all’immaginazione. La fotografia, in questo approccio, non è mai risolutiva ma evocativa, portatrice di domande più che di risposte.
Infine, il suo lavoro si inserisce nel solco tracciato da autori come Susan Meiselas, fotoreporter Magnum che ha sempre posto grande attenzione al contesto storico e politico dei suoi scatti, e come Sophie Calle, con cui Afshar condivide un certo approccio installativo e metanarrativo. Anche Afshar, infatti, spesso accompagna le sue immagini con testi, suoni, materiali d’archivio, creando un’esperienza immersiva che va oltre la singola fotografia.
Per seguire i suoi lavori ecco il profilo ufficiale IG di Afshar.
