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Il Guardian dice addio al termine “snappers”: perché i fotografi si sentono offesi

Un’email interna del Guardian, trapelata negli ultimi giorni, ha acceso un acceso dibattito tra giornalisti e fotografi sul corretto uso del linguaggio nel mondo del visual journalism. Nel messaggio, un fotografo anonimo invita la redazione a smettere di usare il termine “snappers”, considerandolo “dequalificante, demoralizzante e lesivo per il lavoro dei fotografi”.

Il termine, spesso usato in maniera informale dai giornalisti, indica genericamente chi scatta fotografie, ma secondo il mittente dell’email, riduce il valore professionale del lavoro fotografico e svaluta la figura di chi lavora quotidianamente per documentare eventi, cronaca e cultura visiva.

“Snappers”: termine offensivo o affettuoso?

Non tutti i fotografi considerano il termine offensivo. Molti, in particolare in UK, lo utilizzano in modo colloquiale o addirittura affettuoso. La fotografa di matrimoni Lottie Anderson, ad esempio, si definisce una “happy snapper”, intendendo qualcuno che scatta molte foto durante un servizio, senza alcuna connotazione negativa.

Altri termini usati nel Regno Unito, come “shooters”, hanno un significato simile. Negli Stati Uniti, invece, non è chiaro quanto il termine sia diffuso o accettato. Alcuni gruppi di fotografi, come il gruppo Facebook femminile Shoots Like a Girl, si divertono a ironizzare sulle definizioni e sugli acronimi, dimostrando quanto l’autodefinizione possa essere soggettiva e a volte giocosa.

Il dibattito professionale

Mentre alcuni fotografi concordano sul fatto che termini come “paparazzi” possano risultare denigratori, altri sostengono che “snappers” sia semplicemente un’alternativa più colloquiale e informale. La reazione del Guardian mette però in evidenza quanto sia sentito il tema della dignità del lavoro fotografico all’interno delle redazioni.

Secondo l’email trapelata, l’uso continuativo di un termine percepito come diminutivo o scherzoso può avere effetti negativi sul morale dei fotografi professionisti e sul riconoscimento del loro ruolo nel giornalismo. Nonostante la vicenda abbia suscitato ilarità tra alcuni giornalisti – definiti scherzosamente “journos” o “hacks” – il messaggio rimane chiaro: il linguaggio conta, anche quando si tratta di professioni apparentemente creative o giocose.

La posizione del Guardian

Il Guardian non ha risposto pubblicamente alla richiesta di commento, ma la vicenda ha già fatto il giro del web e dei social, stimolando un dibattito più ampio tra fotografi, giornalisti e appassionati di fotografia. L’episodio mette in luce l’importanza di rispettare i professionisti del settore, soprattutto in un periodo in cui la fotografia e il visual storytelling sono centrali per il giornalismo e la comunicazione online.

il linguaggio fa la differenza

Questa vicenda solleva una domanda interessante: il linguaggio può realmente influire sul valore percepito di una professione? E quanto conta il consenso della comunità di riferimento nell’accettazione di termini colloquiali o ironici? Il dibattito sul termine “snappers” dimostra che, anche in ambito creativo e giornalistico, le parole contano più di quanto si pensi.

E voi cosa ne pensate? Il termine “snappers” è offensivo o semplicemente giocoso? È giusto cambiare il linguaggio per rispetto dei fotografi professionisti, o si tratta di un eccesso di politically correct? La discussione resta aperta.

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