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Nino Migliori: Sperimentazione, memoria e luce. Il fotografo che ha riscritto il linguaggio visivo italiano

Una vita intera dedicata alla fotografia, all’arte e alla libertà creativa. È questo il ritratto che emerge da una lunga e ricchissima intervista rilasciata da Nino Migliori a Finestre sull’Arte, da cui nasce questo articolo-riflessione, per raccontare uno dei grandi protagonisti della fotografia italiana del Novecento.

Classe 1926, Migliori è molto più di un fotografo: è un ricercatore instancabile, un linguaggio vivente, un artista capace di reinventare l’immagine nel tempo, tra analogico e digitale, tra realismo e astrazione, sempre con curiosità e spirito libero.

Un esordio nato dalla guerra e da un concorso

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Nino Migliori, Orantes, 2011-2012, installazione © Fondazione Nino Migliori

Nato nel pieno del secolo più turbolento della storia moderna, Migliori si avvicina alla fotografia nel secondo dopoguerra, quando finalmente la libertà torna a essere un diritto quotidiano. I primi scatti sono realizzati con macchine fotografiche prese in prestito. Poi la svolta: vince un concorso fotografico e può acquistare la sua prima fotocamera.

È Bologna, la sua città, a diventare il primo laboratorio visivo. Ma non nei modi canonici. Migliori non fotografa piazze o monumenti, bensì i volti e i segni degli abitanti, i muri scrostati, le scritte, i manifesti strappati: il vero racconto urbano.

I muri come pagine di diario

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Nino Migliori, Pino Guzzonato, 2007 © Fondazione Nino Migliori

Negli anni Cinquanta e Settanta Migliori si concentra sui muri della città, considerandoli “quaderni pubblici”, spazi in cui le persone lasciavano messaggi, desideri, proteste. Per oltre trent’anni documenta questi frammenti urbani, fino a quando l’arrivo dei graffiti – secondo lui più estetici che narrativi – spezza il legame originario tra gesto e superficie.

Gente dell’Emilia, del Delta, del Sud: la fotografia realista

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Nino Migliori, Polaoro, 1999 © Fondazione Nino Migliori

Parallelamente alla sperimentazione visiva, Migliori porta avanti il suo filone realista. Con sguardo personale e affettuosamente ironico, racconta la quotidianità dell’Italia del dopoguerra: matrimoni, bar di periferia, attese, silenzi.

Opere come Intermezzo e Milano (1954) sono veri esercizi di sguardo multiplo, dove ogni immagine ha livelli narrativi differenti. Non è nostalgia, ma documento poetico, con uno stile unico.

Le sperimentazioni: ossidazioni, pirogrammi e fotografia senza macchina fotografica

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Nino Migliori, da Imago mentisI miei gioielli, 2024 © Fondazione Nino Migliori

Nel 1948 inizia a produrre ossidazioni: immagini create senza fotocamera, solo con luce, sali d’argento e chimica. Poi arrivano i pirogrammi, bruciature su pellicola. Migliori anticipa linguaggi che verranno riconosciuti solo molto più tardi, sempre spinto da un’urgenza creativa lontana dall’estetica di salotto o dalla fotografia “salonistica” dei circoli dell’epoca.

Amicizie d’arte: Pozzati, Vedova, Guggenheim

Respinto dal mondo fotografico ufficiale per la sua “irregolarità”, viene accolto invece tra i pittori dell’informale: Pozzati, Bendini, Mascalchi, Cuniberti. L’unico fotografo tra artisti. Nella sua vita incrocia anche giganti come Giorgio Morandi, Emilio Vedova e Peggy Guggenheim, di cui realizza ritratti oggi conservati in collezione.

Lumen: la luce della candela per rivelare l’anima della materia

Nel 2006 nasce il progetto Lumen, forse tra i più noti e poetici della sua carriera. Migliori fotografa opere d’arte a lume di candela, ricreando l’esperienza visiva del passato, quando l’illuminazione artificiale non esisteva.

Dal Compianto di Niccolò dell’Arca al Cristo velato, dalla Fonte Gaia di Siena a Paolina Borghese, ogni scultura reagisce diversamente alla luce, offrendo un volto inedito e intimo.

Antimemoria e Segnificazione: la fotografia è una bugia

Con Antimemoria (1968) e Segnificazione (1978) Migliori mette in discussione l’idea di fotografia come “memoria”. Fotografie rovinate, frammenti ingranditi di opere classiche, lucidi sovrapposti: tutto serve a dimostrare che ogni immagine è interpretazione, e che il tempo cancella, deforma, ricostruisce.

Per Migliori, la fotografia non è mai un documento oggettivo, ma una porzione della realtà letta dal fotografo.

L’approccio al digitale e l’intelligenza artificiale

Il digitale non lo spaventa, anzi lo stimola. La sua serie Trasfigurazioni nasce dallo scansionamento delle pellicole posteriori delle Polaroid 600, scarti trasformati in opere visive.

Sull’intelligenza artificiale, però, è netto: “Non è fotografia. La fotografia ha bisogno di luce e creatività. L’AI non ha né l’una né l’altra.

La fotografia come alfabetizzazione

Negli ultimi decenni Migliori ha dedicato tempo e risorse all’alfabetizzazione fotografica, soprattutto con bambini e ragazzi. Ha condotto laboratori gratuiti, soprattutto su tecniche off camera, per insegnare che la fotografia è prima di tutto uno strumento per capire la luce, e quindi il mondo.

Questa panoramica sulla carriera di Nino Migliori nasce da un’intervista pubblicata su Finestre sull’Arte che merita di essere letta integralmente per comprendere la profondità e l’autenticità del suo pensiero, ho messo il link ad inizio di questo articolo! Il suo percorso dimostra che la fotografia può essere molto di più di uno scatto: può diventare linguaggio critico, gesto poetico, archivio emotivo.

Quale dei progetti di Nino Migliori ti ha colpito di più? Ti affascina di più il suo realismo degli anni ’50 o la sperimentazione materica delle ossidazioni e dei Lumen? Raccontacelo nei commenti o all’interno della community di Fotografia Moderna!

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