Lorenzo Vitturi: il fotografo che trasforma mercati, oggetti e identità in sculture visive
Ci sono fotografi che raccontano il mondo per come lo vedono. Altri che lo ricostruiscono da zero, pezzo per pezzo, come se la realtà fosse un’ipotesi, non un punto di partenza. Lorenzo Vitturi appartiene a questa seconda categoria. Le sue immagini non documentano, mettono in scena. Non osservano, trasformano. E, soprattutto, non si accontentano della bidimensionalità della fotografia: ogni suo scatto è il risultato di un processo che coinvolge oggetti reali, colori, superfici, materia viva.
Nato a Venezia, con un passato da scenografo cinematografico, Vitturi ha portato nella fotografia un approccio fisico, installativo, quasi performativo. Le sue opere nascono spesso da set costruiti a mano, con materiali raccolti nei mercati, nei quartieri in cambiamento, nei contesti urbani dove le culture si intrecciano e si contaminano. Poi tutto viene fotografato, congelato, reso immagine. Ma sotto quella superficie liscia c’è un mondo complesso, tridimensionale, pieno di storie, tensioni, identità in transizione.
Il suo progetto più noto, Dalston Anatomy, lo ha reso una figura riconosciuta a livello internazionale. Ma Vitturi non si è mai fermato alla ripetizione di una formula. Ogni suo lavoro apre un nuovo capitolo, esplora una nuova città, una nuova cultura, una nuova forma di equilibrio tra arte e fotografia.
Chi è Lorenzo Vitturi: origini, studi e primi passi nel visuale

Veneziano di nascita, Lorenzo Vitturi si forma inizialmente come scenografo cinematografico, un dettaglio che non può essere trascurato quando si osservano le sue opere fotografiche. Perché la scenografia, per definizione, lavora sullo spazio, sui materiali, sulle proporzioni e soprattutto sulla costruzione del visibile. Questo bagaglio lo accompagnerà per tutta la sua carriera, anche quando abbandonerà il set per concentrarsi sulla fotografia.
Dopo un periodo di lavoro a Roma nel mondo del cinema, si trasferisce a Londra. È qui che inizia a ibridare le sue competenze: la fotografia diventa il mezzo con cui documentare le sue installazioni, ma anche un modo per tradurre la complessità dello spazio in un’immagine piana, bidimensionale, eppure ancora carica di presenza fisica. Vitturi non fotografa quello che trova, fotografa ciò che costruisce, assemblando oggetti, materiali, colori, forme e persino elementi organici.
Questa attitudine al montaggio visivo, quasi scultorea, lo distingue subito nel panorama della fotografia contemporanea. La sua visione è stratificata, densa di riferimenti culturali e visivi: arte povera, surrealismo, arte africana, culture popolari, tutto si intreccia nei suoi lavori. E se da una parte il suo approccio affonda nelle pratiche artistiche installative, dall’altra rimane legato a un rigore formale tipico della fotografia analogica.
Vitturi inizia a esporre in gallerie e musei d’arte contemporanea, affermandosi come autore capace di oltrepassare i confini tra fotografia e arte plastica. Fin da subito, il suo lavoro appare come una riflessione sul ruolo dell’immagine in un mondo dove l’identità è sempre più fluida, contaminata, e dove il visivo può ancora essere uno strumento critico — non solo estetico.
Il contesto urbano diventa il suo campo d’indagine privilegiato. In particolare, i luoghi dove le culture si mescolano, dove il mercato incontra la migrazione, dove gli oggetti si accumulano, si scambiano, cambiano funzione. È in questi ambienti che Lorenzo Vitturi trova materia per creare, per decostruire, per ricostruire nuove forme visive.
Il linguaggio visivo: tra fotografia, installazione e performance

Parlare di Lorenzo Vitturi come “fotografo” è quasi riduttivo. Il suo lavoro vive su un confine fluido, dove fotografia, scultura, pittura, installazione e performance si intrecciano in una pratica che non si accontenta dell’inquadratura. Ogni immagine è solo l’ultimo atto di un processo più ampio, che parte dalla raccolta e composizione degli oggetti, attraversa la manipolazione fisica della materia e culmina nello scatto, spesso realizzato in studio con luce naturale o costruita ad arte.
La fotografia, per Vitturi, è atto finale ma non definitivo. Le sue opere sono costruzioni effimere: set fatti di materiali organici, plastica, cartone, spezie, pigmenti, scarti urbani. Oggetti che provengono dai mercati, dalle strade, da ambienti popolari e marginali. Una volta assemblati, questi elementi danno vita a sculture temporanee, installazioni che durano il tempo necessario a essere fotografate. Poi vengono smontate, trasformate, dimenticate.
Il risultato sono immagini sature, stratificate, profondamente materiche, in cui colore, composizione e tensione tra elementi guidano lo sguardo. Vitturi non cerca la bellezza nel senso classico. Cerca l’energia che scaturisce dall’incontro tra mondi, dalla collisione di materiali poveri e simbologie forti, dal contrasto tra artificiale e naturale.
La sua estetica è immediatamente riconoscibile: palette intense, forme totemiche, texture contrastanti, presenza costante del corpo umano — spesso frammentato, occultato o reso oggetto tra gli oggetti. Tutto concorre a generare un’immagine densa di senso e allo stesso tempo ambigua, capace di evocare identità, culture, desideri e conflitti.
Questo approccio lo avvicina più agli artisti visivi che ai fotografi tradizionali. Non a caso, Vitturi è spesso invitato a esporre in musei e spazi dedicati all’arte contemporanea più che nella fotografia di reportage. Ma la sua opera resta legata alla fotografia come mezzo narrativo, capace di cristallizzare il processo, di renderlo leggibile, condivisibile, anche quando il soggetto originario non esiste più.
In fondo, ciò che rende Lorenzo Vitturi unico è la capacità di far convivere la spontaneità della strada con la progettualità dell’atelier, l’urgenza del presente con la lentezza dell’artigianato visivo. Ogni scatto è il punto d’arrivo di un’azione, ma anche il seme di una riflessione più profonda su materia, cultura e trasformazione.
I progetti chiave: da Dalston Anatomy a Money Must Be Made
Il lavoro di Lorenzo Vitturi si articola in serie complesse, ognuna legata a un contesto urbano specifico, a una comunità, a un mercato, a una relazione con il luogo e i suoi oggetti. Ogni progetto è un viaggio visivo, ma anche antropologico, che parte dall’osservazione e approda alla costruzione di un immaginario.
Dalston Anatomy (2013) è il punto di svolta. Ambientato nel mercato africano di Ridley Road, nel quartiere di Dalston a Londra, il progetto nasce come una risposta diretta ai cambiamenti sociali in atto in quella zona, minacciata dalla gentrificazione. Vitturi raccoglie oggetti, materiali, cibi, tessuti, li assembla in composizioni che sono al tempo stesso sculture, nature morte e ritratti culturali. Le fotografie che ne derivano sono esplosive, colorate, ambigue: raccontano una comunità in trasformazione, restituendone la vitalità e la fragilità.
Questa serie gli apre le porte delle principali gallerie e fiere internazionali, proiettandolo come una figura nuova, a cavallo tra fotografia documentaria e arte concettuale. Ma il suo percorso non si ferma lì.
Nel 2017 presenta Money Must Be Made, un progetto sviluppato a Lagos, in Nigeria, e incentrato sull’incrocio tra economia informale, cultura visuale africana e caos urbano. Qui il soggetto principale è Balogun Market, uno dei mercati più estesi e vitali del continente. Ancora una volta, Vitturi raccoglie elementi, scatta immagini sul campo, poi rielabora il tutto in studio: fotografia e collage si fondono, la stampa si sovrappone a elementi reali, gli oggetti fotografati diventano strumenti narrativi.
Con Materia Impura, uno dei suoi progetti più recenti, il focus si sposta ulteriormente sul concetto di trasformazione. Qui la materia — vegetale, industriale, urbana — non è solo supporto, ma protagonista. L’artista lavora con pigmenti, sabbie, argille, materiali organici e sintetici per creare sculture effimere che riflettono sulle mutazioni culturali e geografiche. Anche in questo caso, la fotografia è il medium che consente alla materia di sopravvivere all’atto performativo e di continuare a generare senso.
Questi lavori, pur diversi per contesto, mantengono una coerenza di fondo: la centralità del processo, il valore simbolico dell’oggetto e una forte componente installativa, che fa di ogni scatto un’opera densa di relazioni. Che si tratti di Londra, Lagos o Venezia, il suo sguardo resta lo stesso: curioso, analitico, profondamente rispettoso delle complessità culturali.
Lorenzo Vitturi in dialogo con altri fotografi: materia, cultura e sperimentazione
Inserire Lorenzo Vitturi nel panorama della fotografia contemporanea significa guardare a un territorio fluido, dove l’immagine non è mai solo rappresentazione, ma gesto performativo, costruzione concettuale, atto materico. In questo senso, il suo lavoro si confronta con una generazione di artisti e fotografi che stanno spingendo i confini del medium visivo, trasformando la fotografia in linguaggio ibrido, aperto, spesso contaminato da altre pratiche artistiche.
Uno dei nomi con cui è spesso affiancato è Wolfgang Tillmans. Entrambi condividono una visione allargata dell’immagine fotografica: non solo come documento, ma come struttura installativa, che può essere smontata, ricomposta, esposta in relazione allo spazio. Ma se Tillmans lavora spesso su sottrazione e delicatezza formale, Vitturi si muove nel territorio del sovraccarico visivo e materico, del caos che prende forma.
Vicina al suo approccio anche Viviane Sassen, soprattutto nei lavori in Africa: fotografia che esplora il corpo, la luce, il colore come strumenti di narrazione e astrazione. Entrambi raccontano mondi ibridi, attraversati da identità fluide, in cui la forma non è mai solo estetica ma veicolo culturale. Eppure, Vitturi si distingue per l’uso intensivo della materia e per una componente scultorea che diventa centrale nel suo processo creativo.
Nel campo della fotografia concettuale, troviamo connessioni anche con Thomas Demand, che costruisce set iperrealistici per poi fotografarli. Ma dove Demand persegue una freddezza quasi architettonica, Vitturi mantiene sempre una vibrazione emotiva e sensoriale, in cui la materia non è solo simbolo, ma corpo vivo. Più simile a lui, forse, è Daniel Gordon, che lavora con collage e oggetti ritagliati, fondendo analogico e digitale in una visione volutamente artificiale.
A livello italiano, il confronto più diretto è con Moira Ricci o Alessandro Sambini, entrambi impegnati nella riflessione critica sull’immagine e sulla costruzione della realtà visiva. Ma anche in questo caso, la poetica di Vitturi rimane distinta: meno intellettuale, più tattile, con un radicamento forte nella dimensione del mercato, dell’oggetto quotidiano, dell’identità urbana.
In definitiva, Lorenzo Vitturi occupa una posizione unica: unisce la sensibilità visiva del fotografo alla manualità dell’artista plastico. In un momento in cui l’immagine digitale rischia di diventare troppo immateriale, lui ci riporta alla fisicità delle cose, al peso degli oggetti, alla consistenza delle storie.
Per conoscere l’artista: IG Lorenzo Vitturi

