Chéhère Laurent fotografo

Laurent Chéhère e le sue Flying Houses: quando le periferie prendono il volo

Laurent Chéhère, artista e fotografo francese nato a Parigi nel 1972, ha trasformato il paesaggio urbano in un universo sospeso e poetico, dove le case abbandonano la gravità della realtà per fluttuare nell’aria come sogni a occhi aperti. Con il suo progetto Flying Houses, iniziato nel 2012, Chéhère dà vita a un racconto visivo che unisce fotografia, architettura e metafora sociale.

Il risultato è un lavoro che trascende il realismo urbano per raccontare una Parigi diversa, fatta di frammenti, di fantasmi architettonici e di nostalgie elevate al cielo.

L’ispirazione cinematografica: da “Le Ballon Rouge” alle visioni urbane

Fotografia di Laurent Chéhère

L’idea delle Flying Houses prende ispirazione dal celebre film francese Le Ballon Rouge (1956) di Albert Lamorisse, dove un palloncino rosso fluttua libero tra i tetti di Parigi, accompagnando un bambino in una storia surreale e poetica. Chéhère attinge a quella stessa sensibilità infantile e sognante, ma la rielabora in chiave più sociale e simbolica.

Le sue case, isolate dal contesto urbano, sospese nel cielo ma ancora collegate da fili elettrici, diventano metafore visive di libertà e prigionia, sogni di fuga ma anche pesi impossibili da sciogliere.

La tecnica fotografica: manipolazione digitale e immaginazione poetica

Fotografia di Laurent Chéhère

Chéhère fotografa edifici reali dei sobborghi parigini, spesso dimenticati o anonimi. Attraverso un’attenta ricostruzione digitale, li stacca dal suolo e li colloca su uno sfondo neutro, immersi nel cielo, privati del rumore e del caos urbano.
Le sue immagini sono cariche di dettagli simbolici: graffiti, insegne, finestre rotte, cartelloni pubblicitari, antenne. Ogni casa racconta una storia possibile, una vita passata o immaginata.

Pur essendo fotografie, le Flying Houses sembrano illustrazioni di un libro fantastico, eppure tutto parte dalla realtà. È questa tensione tra reale e immaginato che rende il lavoro di Chéhère unico nel panorama della fotografia concettuale urbana.

Case che volano, ma non sempre si liberano

Fotografia di Laurent Chéhère

Alcune case di Chéhère sembrano leggere, libere, romantiche. Altre, invece, bruciano, si inclinano, sembrano in pericolo. Il cielo, che in teoria dovrebbe rappresentare l’evasione, diventa spesso un ambiente instabile e inquietante.
Il fotografo ci ricorda che non tutte le fughe sono salvezze, e che anche una casa volante può trasformarsi in una prigione sospesa.

Le esposizioni e il successo internazionale

Il progetto Flying Houses ha ottenuto grande attenzione a livello globale, con mostre in:

  • ParisPhoto (2013, 2018)
  • Phnom Penh Festival (Cambogia, 2013)
  • Seoul Lunar Festival (Corea, 2015)
  • Lumière Brothers Gallery (Mosca, 2015)
  • Museo Nazionale di Bogotá (Colombia, 2015)
  • Fence Festival, New York (2016)
  • Museum of Civilizations, Marsiglia (2017)
  • Hudson River Museum, New York (2018)
  • Coral Gables Museum, Miami (2019)
  • Galleria Forni, Bologna – con la prima personale italiana nel 2022

Le sue opere sono state pubblicate nel libro Flying Houses, edito da Kehrer Editions in occasione di ParisPhoto 2018.

Un linguaggio fotografico tra poesia urbana e metafora sociale

Fotografia di Laurent Chéhère

Con Flying Houses, Laurent Chéhère eleva le periferie al rango di simboli poetici. Ogni edificio sospeso racconta una storia di esclusione, sogno, emarginazione e bellezza sommersa.
La sua fotografia non è mai sterile o decorativa, ma ricca di citazioni visive e riferimenti letterari e cinematografici, che stimolano riflessione e immaginazione.

Chéhère ci invita a osservare ciò che è abbandonato, ciò che la città tende a ignorare, e lo fa rimuovendolo fisicamente dalla realtà, per elevarlo a oggetto di contemplazione e significato.

Laurent Chéhère e gli altri fotografi che reinventano l’architettura attraverso l’immaginazione

Il progetto Flying Houses di Laurent Chéhère si inserisce in una corrente visiva più ampia che usa la fotografia per trasformare gli spazi urbani in visioni poetiche, ironiche o simboliche. La casa, elemento archetipico e quotidiano, diventa nei suoi lavori oggetto di elevazione visiva, ma non è l’unico a muoversi in questa direzione. Altri fotografi contemporanei hanno utilizzato il linguaggio architettonico e urbano come strumento per parlare di sogno, alienazione o critica sociale.

Il fotografo belga Filip Dujardin è noto per i suoi fotomontaggi digitali di edifici inventati ma plausibili, costruiti assemblando parti di vere strutture architettoniche. Proprio come Chéhère, Dujardin lavora sulla sospensione della verosimiglianza, creando strutture che sembrano reali ma non possono esistere. Entrambi usano l’estetica dell’ambiente urbano come materia prima per reinterpretare la realtà in chiave concettuale e visiva.

Un altro confronto interessante è con Thomas Demand, artista tedesco che costruisce ambienti tridimensionali in cartone, li fotografa e poi li distrugge. Le sue immagini sembrano reali, ma sono ricostruzioni totali di scene ordinarie, svuotate della loro funzione originale. Chéhère lavora al contrario: estrae elementi reali e li inserisce in uno spazio irreale. Ma entrambi si interrogano su cosa sia reale in fotografia, e come la manipolazione possa diventare linguaggio di significato.

La fotografa tedesca Beate Gütschow realizza immagini di città utopiche o distopiche componendo frammenti fotografici di edifici reali, spesso in stile razionalista o brutalista. Anche lei, come Chéhère, lavora su una struttura visiva costruita che invita a riflettere sullo spazio abitato e sulla memoria collettiva dell’architettura. Le sue opere mettono in discussione l’idea di città come luogo stabile e definito, così come Chéhère destabilizza l’idea di casa.

In un contesto più analitico e meno poetico, i coniugi Bernd & Hilla Becher hanno documentato per decenni strutture industriali identiche, seriali, silenziose. Le loro fotografie, fredde e rigorose, sembrano opposte a quelle di Chéhère, ma condividono un intento comune: rendere visibile ciò che normalmente non lo è, elevare l’architettura marginale a oggetto di contemplazione.

Ti affascina il progetto Flying Houses?

Cosa rappresentano per te queste case che volano via dai quartieri popolari?
Conosci altri fotografi che lavorano con la manipolazione urbana e la metafora visiva?
Parliamone nei commenti: il dibattito è aperto.

Potete seguire i suoi lavori dal profilo IG di Chehere.

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