francesco nazardo fotografo

Francesco Nazardo: la fotografia come frammento, intuizione e gesto

C’è chi usa la fotografia per spiegare, chi per mostrare, e poi c’è chi, come Francesco Nazardo, la utilizza per suggerire. Per aprire una porta, ma senza mai dire dove conduce. Le sue immagini sono piene di dettagli, eppure sfuggono alle etichette. Un braccio che sbuca da una tenda. Un corpo piegato che sembra una scultura. Un gesto intimo, ma congelato nel tempo. Ogni scatto è una traccia di qualcosa che sta accadendo, ma che non si lascia afferrare del tutto.

Nato a Milano, ma con base operativa tra Londra e New York, Nazardo è un fotografo difficile da inquadrare. La sua formazione parte dalla storia e dall’economia, passa per la fotografia documentaria e approda, quasi naturalmente, a un linguaggio visivo che fonde arte, moda, pubblicità e poesia astratta. I suoi lavori sono apparsi su Dazed, Vogue, M Le Monde, ed è stato scelto da brand come Calvin Klein, Off-White e PRISCAVera per costruire campagne che non sembrano mai semplici “shooting”, ma set narrativi aperti.

Il suo modo di fotografare ha qualcosa di profondamente intuitivo, ma anche costruito. C’è sempre un equilibrio tra spontaneità e formalismo, tra libertà e controllo. È una fotografia che gioca con il corpo, con i frammenti, con le posture e con l’idea di presenza. Ma soprattutto, è uno sguardo che non cerca l’evidenza, bensì l’ambiguità.

Chi è Francesco Nazardo: dalla storia all’immagine

foto di francesco nazardo

Francesco Nazardo nasce a Milano nel 1986, ma il suo percorso comincia lontano dalla fotografia. Studia Storia ed Economia alla School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra, una scelta che già rivela una curiosità per le culture, le strutture narrative e le dinamiche profonde del mondo. Non parte quindi da un’accademia d’arte, ma da un bisogno di osservare la realtà nei suoi equilibri nascosti.

È solo successivamente, dopo un’esperienza formativa a New York, che Nazardo entra in contatto diretto con il linguaggio delle immagini. Lavora come assistente presso lo studio di Ryan McGinley, uno dei fotografi che più hanno influenzato la rappresentazione del corpo e della giovinezza nella fotografia contemporanea americana. Da quell’esperienza nasce qualcosa di più di una competenza tecnica: una sensibilità visiva che unisce immediatezza e costruzione, libertà e forma.

Prosegue gli studi all’ECAL di Losanna, una delle scuole di fotografia e design più all’avanguardia in Europa, dove consegue un Master in Arti Visive. Qui affina ulteriormente il suo linguaggio, spingendosi verso una fotografia che non cerca solo il bello, ma l’enigma, la tensione, il frammento che racconta più di un’immagine intera.

A partire dal 2013, inizia a sviluppare un portfolio in cui la moda, l’arte e l’indagine visiva si intrecciano senza soluzione di continuità. Vive tra Milano e Londra, e alterna la produzione commerciale a quella più autoriale, sempre con uno sguardo coerente: uno sguardo che non si adatta al contesto, ma che trasforma ogni contesto in una scena carica di significato latente.

Fin dai suoi primi lavori è chiaro che Nazardo non è un autore da superficie. Nei suoi scatti non c’è glamour, ma stratificazione; non c’è provocazione, ma curiosità profonda. La sua estetica si basa sull’incompleto, sul dettaglio sfuggente, su una narrazione visuale che non ha bisogno di parole ma che lascia tracce.

Il linguaggio visivo: corpo frammentato e composizione intuitiva

foto di francesco nazardo

Francesco Nazardo non fotografa “persone”, fotografa presenze. Non ritrae ambienti, ma costruisce situazioni visive. La sua cifra stilistica si riconosce subito: corpi spezzati nell’inquadratura, porzioni di pelle, posture scorrette, oggetti in bilico tra il simbolico e il banale. È una fotografia che sembra volerci dire qualcosa, ma si ferma un attimo prima di spiegare.

Il corpo è il protagonista ricorrente, ma non viene mai mostrato interamente. Appare per segmenti: un gomito piegato, un piede che spunta da una tenda, un volto riflesso in uno specchio storto. Questo frammento diventa linguaggio, gesto, narrazione. Nazardo non cerca l’evidenza, ma l’ambiguità dell’incompleto. E in questa sottrazione, il suo stile trova forza.

C’è sempre una tensione tra casualità e controllo: i suoi set sembrano improvvisati, ma ogni elemento è al suo posto. L’inquadratura non è mai banale, la composizione è guidata più dall’intuizione che dalla regola, ma il risultato è sempre fortemente visivo, coerente, calibrato. Anche quando tutto sembra spontaneo, il rigore è evidente.

Il colore ha un ruolo chiave nel suo linguaggio. Spesso sono toni morbidi, pastosi, in cui la pelle umana si fonde con fondali neutri, oppure con elementi architettonici domestici, quasi sempre privi di identità specifica. I soggetti non sono riconoscibili, e questo è intenzionale: l’identità individuale lascia spazio a quella collettiva, archetipica, quasi metaforica.

Anche nei lavori editoriali e pubblicitari, Nazardo non cede mai al cliché. Le sue campagne non cercano il prodotto, ma l’effetto visivo indiretto. Lavora sul desiderio, sul gesto, sul contrasto tra artificio e naturalezza. È una fotografia che racconta senza illustrare, che seduce senza ostentare. Una “poetica del distacco”, dove lo spettatore è chiamato a partecipare attivamente alla costruzione del significato.

In un mondo visivo saturo di contenuti diretti e immediati, Nazardo propone un linguaggio che si prende tempo. Tempo per osservare, per immaginare, per entrare dentro l’immagine. Ed è proprio in questo tempo che si rivela la sua forza.

Progetti selezionati: Alla Carta, PRISCAVera e gli editoriali sperimentali

francesco nazardo fotografo

Per comprendere davvero la fotografia di Francesco Nazardo bisogna osservarla nel contesto in cui si muove con più naturalezza: al confine tra l’editoriale e il progetto artistico. In questo spazio fluido, spesso sfuggente, prende forma la sua poetica visiva, che si manifesta tanto nei lavori personali quanto nelle collaborazioni con magazine e brand.

Uno dei suoi progetti più emblematici è quello con la rivista indipendente Alla Carta, con cui ha stretto un legame creativo duraturo. Le sue immagini per questa pubblicazione sono molto più di semplici shooting: sono ambientazioni minuziose e costruzioni estetiche che fanno della composizione e del dettaglio una forma narrativa. Le scene che crea sembrano casuali, quasi rubate, ma sono in realtà accuratamente orchestrate, come piccoli teatri dell’assurdo.

Tra le campagne pubblicitarie più interessanti, spiccano quelle per il brand PRISCAVera. Qui Nazardo si muove con grande libertà visiva: corpi in equilibrio instabile, posture ibride, oggetti fuori contesto. Le immagini raccontano più un’atmosfera che un abito. La moda è presente, ma come elemento narrativo secondario, quasi pretesto per costruire un universo personale. In alcune serie, ad esempio, i soggetti indossano jetpack o si muovono in stanze surreali, creando un effetto visivo che oscilla tra la citazione artistica e il gioco visivo contemporaneo.

Ha lavorato anche per Calvin Klein, Nike, Off-White, ma in ogni contesto ha mantenuto fede al proprio stile: un’estetica pulita, ma non fredda, dove il corpo umano diventa forma, linguaggio, ma mai oggetto. Le sue immagini sono sempre evocative, e il messaggio pubblicitario si dissolve in un’atmosfera visiva più ampia e stratificata.

Tra le pubblicazioni editoriali si contano servizi su Dazed, Vogue Netherlands, M Le Monde, e anche in questi contesti è evidente il suo approccio autoriale: la moda è solo un elemento dentro un discorso più profondo sul corpo, sull’ambiente, sul linguaggio fotografico come possibilità interpretativa.

La forza dei progetti di Nazardo sta nel riuscire a conciliare estetica e concetto, struttura e libertà. Ogni immagine è parte di un vocabolario visivo preciso, ma aperto, che lascia spazio a molteplici interpretazioni. E in un’epoca dove la comunicazione visiva è spesso finalizzata al consumo rapido, il suo lavoro ci invita invece a fermarci, a rileggere, a immaginare oltre ciò che vediamo.

Nazardo e gli altri: un linguaggio tra Ryan McGinley, Viviane Sassen e Tillmans

Francesco Nazardo non lavora in isolamento. La sua fotografia, pur fortemente personale, dialoga con alcune delle voci più influenti della fotografia contemporanea, come se il suo linguaggio si fosse nutrito consapevolmente o meno di tensioni visive condivise. Ma la sua forza sta nel saper riformulare questi riferimenti, generando qualcosa di riconoscibile e autonomo.

Uno dei primi punti di contatto è con Ryan McGinley, di cui Nazardo è stato assistente a New York. L’eredità è visibile nella libertà dei corpi, nella giovinezza inquieta che attraversa certi scatti, e in una certa estetica della pelle, della luce, dell’istinto. Ma dove McGinley racconta l’euforia del movimento e della natura selvaggia, Nazardo sposta l’asse sul gesto trattenuto, sull’elemento che sfugge, sull’ambiguità della posa.

Un altro riferimento ricorrente è Viviane Sassen, soprattutto per l’uso del corpo in relazione allo spazio e per la capacità di integrare moda e arte in un discorso coerente. Come Sassen, anche Nazardo deforma le proporzioni, rompe la frontalità, gioca con la posizione del soggetto nell’inquadratura. Ma il tono è diverso: meno tropicale, meno astratto, più minimale, quasi domestico.

C’è poi Wolfgang Tillmans, con cui Nazardo condivide una certa indagine sul corpo come superficie narrativa. In entrambi, l’ordinario viene spinto verso l’ambiguo, e l’editoriale diventa un’occasione per sperimentare. Ma Tillmans lavora spesso con l’informalità pura; Nazardo è più attento alla costruzione, all’equilibrio compositivo, al dettaglio che fa sistema.

Nel panorama italiano, è interessante avvicinarlo a Lorenzo Vitturi, soprattutto nei progetti che mischiano fotografia, scultura, installazione e moda. Laddove Vitturi esplora il caos materico, Nazardo preferisce un’estetica più controllata, più rarefatta, quasi analitica.

Infine, un nome meno noto ma affine per approccio potrebbe essere Estelle Hanania, fotografa francese che come lui lavora tra l’assurdo, il simbolico e l’antropologico. Entrambi creano ambienti ambigui, in cui oggetti, pose e scenografie sembrano alludere a riti e narrazioni fuori dal tempo.

Francesco Nazardo non copia, non cita. Ma cammina lungo un confine condiviso, fatto di ricerca sul corpo, attenzione allo spazio e rifiuto della fotografia patinata. E in questo spazio sospeso, costruisce una voce distinta e riconoscibile, capace di muoversi tra arte e advertising con rara coerenza.

Per conoscere l’artista: Profilo IG di Francesco NazardoSito ufficiale

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